“Il Partito Comunista Cinese è determinato a rimodellare il mondo a sua immagine e somiglianza. Il partito non è interessato alla democrazia. Esso ha un solo obiettivo: vincere quella che considera una feroce guerra ideologica contro l’Occidente”. Farà molto discutere La mano invisibile – come il partito comunista cinese sta rimodellando il mondo scritto dai giornalisti australiani Clive Hamilton e Mareike Ohlberg (Fazi Editore), di cui ilfatto.it pubblica in anteprima uno stralcio. Un ricchissimo e profondo scandaglio storico-culturale sulla più grande contraddizione geopolitica del nuovo ordine mondiale: l’identificazione forzata di un intero popolo in un unico partito al potere senza contraddittorio alcuno oramai dal 1949, e il conseguente tentativo di imporsi di questo partito/stato con il proprio monumentale potere economico come nuovo paradigma politico egemonico in tutto il mondo.

Una strategia pianificata e montata da decenni che ha fatto andare gambe all’aria le profezie più à la page di un Huntington o di un Fukuyama. Già perché secondo Hamilton e Ohlberg si tratta di un vero e proprio “sabotaggio” dei sistemi democratici occidentali. Una compenetrazione che agisce parallelamente su più piani: diplomatico e politico, ma soprattutto economico, finanziario, culturale e perfino accademico. Una strategia totalizzante, orchestrata al millimetro, ripulita e censurata da ogni possibile contestazione o alternativa ideologica, ovvero l’incontestabile strategia del partito unico. Se ne parla poco, e quando sulle reti tv generaliste o sui grandi giornali lo si fa, si dà per assodato il grande “equivoco” del sapere che sta alla base di ogni errata informazione proveniente dalla Cina: “mescolare il partito, la nazione e il popolo”.

“La distinzione tra partito e popolo è indispensabile per capire il conflitto in corso tra la Cina e l’Occidente – spiegano gli autori – non è uno scontro di civiltà, non abbiamo di fronte un Altro di tipo confuciano ma un regime autoritario, un partito politico di orientamento leninista con tanto di comitato centrale, ufficio politico e segreteria generale sorretti da risorse economiche, tecnologiche e militari enormi”.

Hamilton e Ohlberg mostrano subito cosa significhi peraltro essere la seconda economia al mondo per dimensioni e sventolare possibili ritorsioni finanziarie. Oltretutto verso tre paesi industrialmente tra i più avanzati al mondo. Dopo l’arresto della dirigente Huawei, Meng Wanzhou in Canada nel 2018 vennero bloccati le esportazioni di soia, canola e maiale da oltreoceano. Ancora: nel 2017 la Corea del Sud comincia ad installare un sistema di missili antibalistici statunitensi e Pechino subito ordina “43 misure di ritorsione” contro Seoul tra cui il divieto di viaggi in Corea, il blocco di importazioni di elettrodomestici e cosmetici, perfino la censura su una band pop coreana in tour in Cina.

Anche se la più clamorosa ritorsione riguarda gli Stati Uniti. Nel 2019 il general manager della squadra di basket degli Houston Rockets twitta il suo appoggio ai manifestanti di Hong Kong. La Cina che fa? Non mostra più le partite dei Rockets in tv, gli sponsor si ritirano e il manager viene costretto a rimangiarsi ogni tweet perché “aveva ferito i sentimenti del popolo cinese”. Al centro di questa imponente e intramontabile macchina statale c’è (solo) il Partito Comunista Cinese che per via di un occidentale “analfabetismo politico” non se ne riconosce mai abbastanza l’allargamento ad ogni ambito della società cinese.

“Per capire anche quanto soltanto il Partito domini le altre istituzioni, basti pensare al fatto che l’Esercito Popolare di Liberazione non è l’esercito del paese, ma il braccio armato del partito; i dirigenti delle aziende statali sono nominati dal Dipartimento organizzativo del Partito; i mezzi di comunicazione non sono di proprietà dello Stato, ma del partito”. Gli autori non lesinano esempi di cooptazione cinese verso gli stati occidentali industrializzati (sui paesi del Sud del mondo, dicono, ci vorrebbe un altro volume) tra cui l’arrembante conquista, vero e proprio sharp power, dei paesi dell’Europa a partire dall’Italia, la prima e unica delle tre nazioni più economicamente avanzate d’Europa (con Francia e Germania) ad aver siglato nel maggio del 2019 ventinove accordi distinti ma chiamati Antica via della Seta (acronimo internazionale: BRI) imbeccati dal docente di finanza Michele Geraci, figura amata da Matteo Salvini, allora vicepremier nel governo Conte I.

Ne La mano invisibile si declina il potere persuasivo e ricattatorio del Partito Comunista Cinese verso il mondo in diverse forme attive tra cui il classico spionaggio che si dipana sia sul fronte militare, sia su quello industriale, ma soprattutto, e su questo Hamilton e Ohlberg abbattono uno dei tanti tabù occidentali spesso liquidati come razzismo anticinese, è sul sistema universitario internazionale che viene riversata una quantità di risorse e attenzioni che non ha eguali sul pianeta. Nel capitolo dodici viene illustrato quello che all’apparenza viene definito un soft power, ma che nel caso dell’onnipresenza degli Istituti Confucio negli atenei di mezzo mondo risulta una vera e propria attività di lobbying e pressione politica svolta dietro le quinte dove il ricatto economico del ritiro di masse di studenti (e relative rette universitarie, nonché finanziamenti cospicui) si incrocia alla censura sui classici argomenti scomodi al PCC come eventi culturali riguardanti la storia di Taiwan o la presenze negli atenei del Dalai Lama. Hamilton e Ohberg concludono la loro imponente indagine con una sorta di “che fare”, richiamando alla massima responsabilità civile le elite politiche e imprenditoriali, ma soprattutto quelle accademiche, e infine, ricordando che la difesa dalle “intimidazioni e dalle ingerenze del PCC travalica gli schieramenti politici tradizionali: persone di destra e di sinistra che hanno aperto gli occhi sulla minaccia rappresentata dal Partito, compresi coloro che hanno lasciato la Cina per sfuggirvi, stanno unendo le forze”.

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