Le anime verdi non s’illudano: la Transizione Ecologica assurge a istituzione ministeriale, ma non stiamo affatto parlando d’aria e di mari da ripulire, di montagne o di balene da salvare, e nemmeno solo di far ripartire il Paese dopo la crisi.

Siamo alla vigilia di uno straordinario processo di trasformazione verso la cosiddetta Net-Zero Economy, in cui l’Unione Europea si è data come primo obiettivo il 2030, e l’orizzonte delle ‘emissioni zero’ ha già riaperto lo scontro chiave sulle energie, l’agro-alimentare e la produzione industriale stessa, ovvero il grande risiko delle materie prime, gas e petrolio, ammoniaca e cemento, oro e uranio, ma oggi più che mai soprattutto le cosiddette ‘critical raw materials’, rari tanto quanto indispensabili a far funzionare tutte le nuove tecnologie.

Come la tragica vicenda di Luca Attanasio ha di nuovo mostrato (l’ambasciatore italiano è stato ucciso nella zona di Goma, ovvero delle miniere di coltan, uno dei minerali la cui contesa condanna il Congo all’inferno), proprio sulle cosiddette materie rare è già in corso una sorta di guerra mondiale.

Dagli ambientalisti doc agli eco-anarchisti, dai militanti di Greenpeace e ai lettori di Jacobin, in tanti non hanno reagito affatto positivamente alle prime scelte del governo Draghi, considerate di quel verde Arlecchino che è una gradazione decisamente distante del Green puro. Le scelte di Roberto Cingolani come ministro per la Transizione Ecologica e di Enrico Giovannini alle Infrastrutture e Trasporti mostrano piuttosto come possano tenersi insieme oggi il nuovo tecno-capitalismo verde e il nuovo riformismo dello sviluppo sostenibile, gli interessi delle più importanti conglomerate e le buone pratiche da Terzo Settore, il diavolo rosso del toro sui mercati finanziari e l’acqua santa francescana di Papa Bergoglio. Perciò è decisamente importante capire di quale verde, alla fine, si tratti.

Il profilo del neo-ministro Cingolani, per esempio, ha fatto storcere il naso a molti, e non solo per il suo curriculum più recente dove spiccano le buone relazioni coi “poteri forti”: manager chiave, per le strategie e l’innovazione, della Leonardo (difesa e aerospaziale, oltretutto, sono tra i settori meno green del mondo) e addirittura consigliere d’amministrazione della Ferrari degli eredi Agnelli e dell’Illy Caffè, ascoltato guru alla Leopolda (ma anche alla commemorazione di Casaleggio srl), sulle riviste di casa Eni (dove si è fatto notare con un intervento scettico sulle cosiddette energie rinnovabili) autore d’immaginifici e tutto sommato innocui contributi (titolo del più recente sull’homo sapiens: “Il miracolo del predatore”) per il supplemento “Green&Blu”, fiore all’occhiello della “Stampubblica” degli eredi Agnelli.

Cingolani non è certo equiparabile agli omologhi internazionali, già militanti storici dell’ambientalismo, seppur politici di professione, come John Kerry negli Stati Uniti o Barbara Pompili in Francia (per non dire del predecessore Hulot), non è nemmeno un Verde alla tedesca, ma un manager la cui attività scientifica negli anni – si legge in una sintesi da ufficio stampa – ha riguardato fisica e spettroscopia di semiconduttori, nanotecnologie ed effetti quantistici nelle strutture a bassa dimensionalità, optoelettronica, polimeri, scienza dei materiali e robotica. Un manager che, a fine 2020, si è fatto notare al lancio di vari progetti di cybersecurity da brividi e del nuovo DaVinci 1, il SuperComputer di Leonardo a Genova.

Ora, immaginate che ai verdi-verdi non sembrava sufficiente l’approccio del precedente ministro dell’Ambiente Sergio Costa, considerato da molti troppo “giustizialista” e poco visionario, nonostante non si fosse certo mai limitato a mandare i carabinieri nel recinto Casteller dove hanno imprigionato gli orsi problematici del Trentino, ma si fosse anche speso, per esempio, per chiedere un taglio deciso dei cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi, quella montagna di 19,8 miliardi di contributi pubblici che vanno ad alimentare pratiche e comportamenti anti-ecologici, e che nemmeno il governo Conte II ha voluto ridimensionare.

Ecco, se non andava bene un tipo alla Costa, figurarsi quanto poco possa essere amato nell’arcipelago dei militanti green questa sorta di upgrade “tecno-capitalista” incarnato dalla figura del nuovo ministro. Eppure è chiaro a tutti, probabilmente in primis a Beppe Grillo che ha insistito per questa scelta con Draghi, quanto le nuove tecnologie siano indispensabili alla buona riuscita di qualsivoglia transizione ecologica. Questo processo lento e complesso, che è stato appena avviato dagli Usa ai grandi Paesi europei, finirà per ridisegnare le mappe degli stessi assetti geopolitici del mondo.

È un risvolto molto delicato di cui converrà riparlare, ma che di per sé spiega perché a dirigere questa transizione siano stati chiamati personaggi d’elevatissime competenze tecniche e capacità di relazione, affinate all’interno d’istituzioni e aziende di primario livello e di altissima importanza politico-strategica.

Se ancora vi chiedete di quale gradazione di Green parliamo, è facile prevedere che sia dunque tra l’Arlecchino di una coalizione così ampia e l’Oliva, il verde delle tute mimetiche militari.

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