La notizia: Filippo Graviano, boss di caratura criminale “superiore”, ha chiesto un permesso premio e ha dichiarato a verbale di aver maturato il proposito di dissociarsi dalle scelte del passato (Lirio Abbate – L’Espresso). Per provare a decifrare tale iniziativa fissiamo alcuni punti di un possibile percorso logico.

Primo. Nel codice genetico della criminalità mafiosa c’è da sempre una camaleontica abilità di adattarsi alle circostanze di tempo e di luogo in cui di volta in volta si debba operare e, in particolare, di individuare ed utilizzare ogni nuova opportunità che si presenti.

Secondo. Il 4 dicembre 2019 è stata depositata una sentenza della Corte Costituzionale. Essa stabilisce che il magistrato di sorveglianza può concedere i benefici penitenziari a tutti i detenuti condannati al massimo della pena per fatti di mafia. Tutti, anche quelli che non si sono pentiti, cioè non hanno “saltato il fosso” e dato una mano collaborando con la giustizia. In sostanza, una robusta spallata al cosiddetto ergastolo ostativo (introdotto nel nostro ordinamento subito dopo la strage di Capaci) e di riflesso al pentitismo, non più decisivo per i benefici. Dunque, una spallata a due collaudati caposaldi del contrasto alla mafia.

Terzo. Per dare concretezza al discorso, ricordiamo che secondo Salvatore Riina a porre in pericolo l’organizzazione era solo il pentitismo, il male peggiore per Cosa nostra. Un mantra di Riina era che si sarebbe “giocato anche i denti”, cioè avrebbe fatto di tutto, per far annullare la legge sui pentiti ed eliminare l’articolo 41 bis (una sorta di interfaccia dell’ergastolo ostativo).

Quarto. Da sempre nella storia di Cosa nostra i compagni detenuti sono una profonda ferita che occorre sanare. Di qui il periodico riemergere di iniziative favorevoli alla “dissociazione” senza collaborazione: una pedina fondamentale della scacchiera su cui ha spesso giocato e ancora oggi gioca il gruppo dirigente dell’organizzazione.

Quinto. La “spallata” della Consulta ha offerto un’opportunità che Filippo Graviano sembra aver colto e praticato con lo spirito di uno scout (esploratore) che abbia, in quanto mafioso, il camaleontismo nel suo Dna. In altre parole, con la sua dissociazione Graviano fa l’apripista di un lungo percorso che ha come prospettiva meno 41 bis, meno ergastoli, meno confische di beni, più benefici (permessi e semilibertà): in un quadro di riconsolidamento di Cosa nostra.

Vero è che la sentenza della Consulta pone anche alcuni “paletti”. Nel senso che la “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante (diventata relativa e non più presunta in modo assoluto) deve essere valutata caso per caso dal magistrato di sorveglianza, concedendo i benefici penitenziari soltanto “se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata”.

Vero è che il giudice potrà avvalersi delle relazioni delle autorità penitenziarie e delle informazioni del Cposp (Comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica), nonché delle comunicazioni del procuratore nazionale e distrettuale antimafia sull’attualità dei collegamenti.

Ma è anche vero e risaputo che questi “contributi” risultano per lo più burocratici e di facciata. Senza “pentimento” al giudice mancherà un segno esteriore di apprezzabile concretezza per poter valutare le possibilità di un effettivo distacco dal clan con conseguenti prospettive di reale recupero. La semplice dissociazione potrebbe essere un bluff. Perché la realtà dei fatti esclude in modo assoluto che lo status di “uomo d’onore” possa mai cessare, salvo che nell’ipotesi (unica!) di collaborazione processuale. In assenza del pentimento le decisioni del magistrato di sorveglianza (oltre a comportare una forte sovraesposizione personale) rischiano di essere una sorta di azzardo surreale.

Come purtroppo prova il recente caso di Antonio Gallea. Condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Rosario Livatino, fruisce di vari permessi premio e della semilibertà. Ma approfitta dei benefici per rientrare in posizioni di rilievo nell’organizzazione criminale, facendo valere proprio i suoi 25 anni di detenzione senza aver mai collaborato.

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