Un collaboratore di giustizia lo aveva definito il “miliardario del bitume”. In realtà, per i pm della Procura di Reggio Calabria, Domenico Gallo è qualcosa di più di un semplice imprenditore che già nel 2005 era stato condannato in via definitiva per 27 delitti di truffa e due turbative d’asta commessi tra il 1985 e il 1991. Secondo la Dda, infatti, era riuscito a creare, nel giro di qualche decade, quella amalgama con esponenti della ‘ndrangheta, uomini della pubblica amministrazione e faccendieri che gli ha consentito di accaparrarsi l’esecuzione di grandi opere pubbliche.

Ed è proprio perché indiziato di contiguità con le cosche Piromalli e Zagari-Fazzalari che, oltre a svariate disponibilità economiche, Domenico Gallo si è visto confiscare dalla Guardia di finanza un impero del valore di 212 milioni di euro: 13 società di capitali e relativo patrimonio aziendale, le quote di un’altra società, 11 beni immobili, tra terreni e fabbricati e una villa di pregio, un autoveicolo e 12 orologi tra cui tre Rolex, un Franck Muller, un A. Lange & Sohne e sette Patek Philippe. Su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gaetano Paci e del pm Gianluca Gelso, il provvedimento è stato adottato dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria che ha confermato il sequestro del 2018 e ha disposto nei confronti di Gallo anche la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale per 5 anni.

Sin dall’1985 le informative della polizia lo indicavano emergente elemento di spicco della nuova alleanza tra imprenditoria mafiosa e mondo politico-amministrativo a livello locale e nazionale. Per i magistrati, Gallo non ha smesso “di gestire le proprie società con modalità spregiudicate ed illecite ma anzi sia riuscito ad incrementare in modo esponenziale i propri affari non solo commettendo reati ma anche sfruttando in un rapporto sinallagmatico i propri rapporti con la ‘ndrangheta”. La figura di Gallo compare, infatti, in numerose inchieste antimafia condotte dai finanzieri del Gico e dello Scico e coordinate dalla Dda di Reggio Calabria: da “Cumbertazione” a “Martingala” passando per “Waterfront”.

Stando alle indagini che hanno portato alla confisca c’era una sproporzione tra il profilo reddituale e quello patrimoniale del nucleo familiare di Domenico Gallo. Per i pm, grazie a una serie di società a lui riconducibili o, comunque, nella sua disponibilità, il “miliardario del bitume” ha illecitamente operato in diversi contesti territoriali sia provinciali, sia nazionali. Il coinvolgimento dell’imprenditore, infine, era emerso nelle inchieste “Chaos”, “Amalgama”, “Arka di Noè” e “Red Line”, in contesti di criminalità organizzata per la commissione di reati di natura economico finanziaria, nonché contro la pubblica amministrazione.

“Le società riferibili al Gallo – aveva scritto il Tribunale nel sequestro – sono state portate avanti sin dalla metà degli anni ottanta conquistando fette di mercato con modalità essenzialmente illecite. È emerso dagli atti, infatti, che le commesse sono state ottenute solo grazie ad una stabile e continua attività di corruzione. Le società del gruppo Gallo non solo si sono costituite con risorse di cui l’effettivo titolare non poteva disporre ma hanno operato e prodotto ricchezza con modalità illecite”.

In sostanza, in seguito agli accertamenti della guardia di finanza, per i magistrati non ci sono dubbi sull’esistenza di “decine di operazioni sospette e movimentazioni di giro fra le varie società del gruppo per importi elevati che hanno comportato una totale commistione di risorse lecite ed illecite all’interno di tutte le società coinvolte”. Questo ha comportato che tutti gli investimenti fatti da Gallo e dal suo nucleo familiare “nel corso del tempo in beni immobili e mobili, poiché costituenti il reimpiego di denaro di provenienza illecita devono essere considerati essi stessi illeciti”.

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