Il primo volume della impresa editoriale de La Repubblica e dell’Espresso, Cento anni di sinistra, è di 254 pagine. Dunque, tenendo conto che i volumi complessivi saranno 4, ci vorranno 1000 pagine per raccontare la storia della sinistra in Italia: una delle più movimentate – e significative – in Europa e nel mondo.

I curatori – sulla base di un progetto editoriale di Bruno Manfellotto, già direttore de L’Espresso e di diversi quotidiani locali – hanno raccolto una lunga serie di articoli, per lo più apparsi su La Repubblica e su L’Espresso nel corso di decenni: in parte ritratti dei personaggi più importanti della “sinistra”, in parte narrazione dei momenti più significativi della sua storia. A Manfellotto si deve, fra l’altro, una definizione che trovo particolarmente efficace: “Sinistra è non farsi i fatti propri”.

Da una lettura attenta del primo volume, ho ricavato l’impressione di un’opera molto utile sia per chi, per età e/o per interesse personale, ha sempre seguito la politica, e qui ritrova vicende già note, le rivive e torna a rifletterci, sia per chi di politica si è sempre occupato poco (o semplicemente è troppo giovane per conoscere la storia del secolo trascorso) e grazie a questa serie di articoli e di saggi arriva ad avere un’idea delle principali vicende di una sinistra che in Italia ha sempre avuto peso e ruolo, anche se spesso è risultata battuta e posta ai margini.

La prima realtà evidenziata in questo volume di esordio è il dramma della rivalità e degli eterni conflitti nell’area della sinistra, quella che ha provocato per decenni “l’orgia delle scissioni” (Pietro Nenni) e che ha reso la sinistra più debole, anche prima e dopo il ventennio fascista (che la ridusse alla clandestinità), impedendole di governare anche nei suoi momenti di maggiore forza politica ed elettorale. Di grande interesse – e di piacevole lettura – le pagine dedicate al Congresso socialista di Livorno, che nel gennaio del 1921 finì con la scissione e la nascita del PCI: una vera tragedia per la sinistra, che si divideva proprio nel momento in cui divenivano più inquietanti e gravi le aggressioni fasciste.

Fa impressione ricordare che quando si aprì il Congresso, i mille delegati rappresentavano un partito che contava 200mila iscritti e 156 deputati e amministrava un terzo dei Comuni del Regno. Ma su Livorno pesava la pressione di una Russia comunista che sembrava destinata a guidare la rivoluzione di tutto l’Occidente. E poco importavano, ai sostenitori della nascita anche in Italia di un partito comunista, le notizie che pure arrivavano sulle violenze della rivoluzione sovietica.

Lo dimostra un passaggio dell’intervento di Antonio Graziadei, uno dei maggiori intellettuali del nascente comunismo italiano: “Se conservare l’unità del PSI ci porta fuori del Komintern, io mi domando: fra due dolori, perché dobbiamo scegliere l’unità nazionale rispetto a quella internazionale?”. E ancora, a proposito dei crimini staliniani di cui giungeva notizia in Italia: “Se anche la loro forma è un po’ rude…”. Una volontà – quella di seguire le direttive di Mosca – dinanzi a cui si infrangono i ragionamenti “riformisti” di Turati: “Noi rifiutiamo la violenza come programma… e l’illusione che la rivoluzione sia il fatto di un giorno, l’improvviso alzarsi di un sipario. Per noi, invece, la via vera è quella della evoluzione”.

Trovo sempre utile – e sconcertante – ricordare che nelle prime elezioni politiche del dopoguerra, che si svolsero il 2 giugno del 1946, nello stesso giorno del Referendum “Monarchia o Repubblica”, la DC ebbe il 35,21% dei voti, il PSI il 20,68 % ed il PCI il 18,93%. Eppure, con il 39,61% dei voti, la sinistra cedette il passo, per la formazione del governo, alla DC di Alcide De Gasperi, che terrà il potere ininterrottamente per decenni.

Dopo aver espresso un giudizio molto positivo sulla iniziativa, non posso entrare – per ragioni di spazio – nei singoli capitoli o nelle tante biografie dei protagonisti della sinistra (nel primo volume, Gramsci, Togliatti, Iotti, Rosselli, Nenni, Foa). Mi limito a due osservazioni relative a due dei protagonisti di questa storia, Nenni e Togliatti.

Pietro Nenni è una delle figure più belle del socialismo italiano e a lui si devono molti successi del PSI, compreso l’ingresso dei socialisti al governo, dove furono, con la DC di De Gasperi, fra i protagonisti prima della rinascita del Paese e poi del “miracolo economico”. Ma purtroppo si deve a lui anche la scelta sventurata del Fronte Popolare, che portò il PSI, malgrado il suo largo consenso popolare, ad una posizione di sostanziale subordinazione al PCI.

Per quanto riguarda, invece, Palmiro Togliatti, avrei voluto che fossero maggiormente evidenziate le pagine vergognose dei suoi anni a Mosca: per anni, membro autorevole del Comintern, “Il Migliore” fu succubo e complice di Stalin e delle sue “purghe”, spingendosi fino ad avallare le condanne a morte di tanti compagni italiani comunisti e socialisti, che si rifugiarono nel Paese della Rivoluzione per cercarvi salvezza dal fascismo e invece vi trovarono la morte, per lo più per delitti non commessi o presunte violazioni delle “regole” staliniane.

E avrei anche voluto ( ma spero che in uno dei prossimi tre volumi si torni sull’argomento) che fosse più evidenziata la scelta di Togliatti di votare a favore dello sciagurato articolo 7 della Costituzione, che recependo nella Carta fondante della Repubblica il Concordato clerico-fascista del 1929 ha reso obbligatorio rispettare i tanti privilegi, non solo economici, accordati alla Chiesa Cattolica.

Infine – sempre a proposito di Togliatti – andrebbe ricordato che il leader del partito che più duramente attaccava i socialisti e gli altri partiti per le vicende dei finanziamenti illeciti si era fatto carico di regolamentare i rapporti commerciali con i paesi dell’est europeo in modo da finanziare il partito attraverso le commissioni su ogni affare. E non si trattava di piccole somme: dai taccuini di Egidio Reale, che aveva creato una serie di società per finanziare il partito, risulta che nel 1957 il Partito costava almeno sette miliardi l’anno, e di questi non più di due venivano dai due milioni di iscritti.

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