La Repubblica Italiana basa la sua giustizia su leggi. E per la legge italiana devi stare nei patrii centri di rieducazione a tempo indeterminato, dette “case di reclusione”, se, ad esempio, commetti una strage. Spiegare alle persone viventi e/o transitanti in Italia cosa sia una strage è quindi importante. Perché se la fanno o la comandano, dovrebbero finire in un centro di rieducazione a tempo indeterminato. Questo almeno su carta.

La Repubblica Italiana ha descritto cosa sia una “strage” nel suo Codice Penale, articolo 422. Benché spesso le leggi siano scritte in leguleio, il cavilloso linguaggio giuridico, l’articolo 422 lo capisce pure un bambino: “Strage. Chiunque, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità è punito, se dal fatto deriva la morte di più persone, con l’ergastolo”.

Cosa significa “porre in pericolo la pubblica incolumità”? Mettere a rischio la nostra sicurezza come cittadini e cittadine. Tipo: siamo in una stazione dei treni a Bologna o, ad esempio, pigliamo un traghetto a Livorno diretto ad Olbia, o giochiamo a carte in casa di un’amica a Viareggio, e qualcuno mette in pericolo la nostra vita. E, aspetto importante, diventa strage se da quell’atto compiuto da quel qualcuno per uccidere, muoiono anche solo due persone.

Più volte negli ultimi anni ci si è riferiti ad alcuni disastri col termine strage. Esistono addirittura atti istituzionali dove si parla di “strage di Viareggio”, benché mai il reato di strage sia entrato in quel processo penale perché mai nessuno si è sognato di dire che Moretti o chicchessia voleva uccidere quelle 32 persone.

Discorso diverso è invece per la strage di Livorno conosciuta col nome del traghetto in cui fu consumata: il Moby Prince. Negli ultimi due anni ci si è riferiti a questo evento come ad una “strage” e secondo diversi articoli di stampa – inclusi quelli firmati dal sottoscritto – la Procura di Livorno sta conducendo sotto traccia un’indagine per questo particolare delitto. Ora, se una Procura lavora su una “strage”, si intende infatti strage-strage, cioè articolo 422 del Codice Penale, e dovrebbe aprire un’inchiesta per questo, iscrivere qualcuno nel registro degli indagati o aprirla contro ignoti. Invece per ora la Procura di Livorno ha solo un fascicolo aperto per “atti relativi” ovvero – perdonino la semplificazione – “mettiamo dentro un po’ di informazioni nuove su questa storia di cui ci siamo occupati in passato”. Pesante no?

Oggi la Procura di Livorno starebbe ipotizzando che qualcuno, a seguito della collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera statale Agip Abruzzo, abbia compiuto atti “al fine di uccidere” tali da aver posto in pericolo la pubblica incolumità nel Porto di Livorno – definizione inclusiva dello specchio di mare a lui prossimo – in un momento imprecisato tra l’uscita dal porto del traghetto alle ore 22.14 del 10 aprile 1991 e almeno la mattina successiva, quando dei medici legali accertarono la morte delle prime due vittime delle 140 totali verificate in quella scena del crimine. Parliamo di circa dieci ore.

Una di quelle vittime, Francesco Esposito, fu trovata in mare annegata nella nafta. L’altra, Antonio Rodi, era viva alle 7.20 del mattino, e morì in favore di fotocamera e telecamera, arso vivo sul ponte del traghetto tra le 7.30 e le 9 del mattino, mentre nessuno, né i Carabinieri sorvolanti in elicottero, né la Capitaneria di Porto preposta al salvataggio, né qualsiasi altro soggetto intorno sentì il bisogno o ebbe anche solo il coraggio di salire a bordo e sentire il polso di quell’uomo. L’unico non carbonizzato ma integro, in quel ponte.

Siccome a Livorno si ipotizza trent’anni fa ci sia stata una strage, sarebbe, numeri alla mano, la più grande della storia repubblicana. Sono fatti. Non fantasie. Fatti storici. La più grande strage della storia repubblicana, ad oggi non accertata, sarebbe avvenuta a Livorno, nello specchio di mare davanti alla città toscana definita “rada di Livorno”, e avrebbe fatto 140 morti. Eppure nell’epoca della distrazione di massa messa a sistema, la strage di Livorno sta passando in cavalleria rispetto ad altre inchieste.

Stando ad alcuni articoli pubblicati su Il Tirreno, pare che la Procura di Livorno sia ancora in un limbo di indeterminazione nonostante le rivelazioni di due pentiti di ‘ndrangheta, Francesco Fonti e Filippo Barreca, decine di migliaia di pagine di documentazione in atti studiate da tempo dall’équipe guidata da Gabriele Bardazza, consulente tecnico dei figli del comandante del Moby Prince, e persino oggetto di un progetto normato da una legge regionale toscana chiamata “Armadio della Memoria”.

A quando la strage di Livorno meriterà la sua prima inchiesta penale con pool di magistrati, indagati, perizie, un vero procedimento? Per ora, di fatto, in termini legali l’inchiesta non c’è. E’ solo una “fantasia” giornalistica. Per la magistratura, ad oggi, i 140 sono morti a mezz’ora dalla collisione per il destino cinico e baro.

E mentre la politica si è mossa con più richieste di una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare, a soli 78 giorni dal trentennale della più grande strage della storia repubblicana, ad oggi impunita e misconosciuta dalla magistratura, il sistema mediatico nazionale italiano resta silente. Nessuno parla di Moby Prince. Unica mosca bianca Report (Rai3). Ha annunciato via Facebook il 3 dicembre scorso una inchiesta sul caso a firma Adele Grossi chiamata “Soccorso di Stato” e legata alle concessioni marittime. Doveva andare in onda a dicembre ma pare sarà rimandata alla prossima stagione, stando a quanto annunciato da Sigfrido Ranucci sulle inchieste previste in onda per l’ultima puntata della stagione, lunedì 25 gennaio.

Bene ma non benissimo, direbbe qualcuno. Io ho comunque fiducia. Secondo me a 78 giorni Rai può battere un colpo.

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