Il ministero dell’Ambiente chiede ufficialmente alla Francia che i cittadini italiani abbiano voce nella consultazione pubblica in corso sui reattori nucleari. Il 3 dicembre 2020, infatti, l’Autorité de sûreté nucléaire (ASN) ha formalizzato l’avvio della consultazione, che continuerà fino al 22 gennaio, sui requisiti per continuare a far funzionare per altri dieci anni 32 impianti, i più vecchi ancora in attività nelle 56 centrali nucleari operate da Electricité de France (EDF). Come aveva annunciato nei giorni scorsi il sottosegretario Roberto Morassut, rispondendo all’appello di Greenpeace al ministro dell’Ambiente Sergio Costa, è stata inviata una nota ufficiale diretta all’Esecutivo francese. “Per il Governo italiano – ha scritto il sottosegretario in un post sui social – così come sulla vicenda Cnapi e deposito unico delle scorie nucleari, l’informazione e la partecipazione consapevole dei cittadini e delle comunità è fondamentale. Così come – ha aggiunto – è fondamentale la sicurezza e modernità delle infrastrutture che operano nel campo dell’energia nucleare, dalla produzione allo smaltimento delle scorie. Ci aspettiamo la piena disponibilità del governo francese”.

I RISCHI PER L’ITALIA – Oggetto della consultazione sono impianti che hanno già raggiunto, o raggiungeranno entro il 2030, i quaranta anni di attività, limite massimo di operatività per il quale furono progettati questi reattori. Di fatto, l’iniziativa è stata accompagnata anche da polemiche legate sia alla sicurezza dei reattori, sia alla effettiva capacità della EDF di far fronte agli interventi necessarie, nonostante i debiti. Greenpeace sottolinea come non si possa escludere la possibilità “che tali, vetusti, reattori nucleari (da 900 MW ciascuno) possano causare incidenti gravi con rilasci significativi di sostanze radioattive disperse su aree vaste, con impatti anche sul territorio italiano”. Basti pensare che solo 250 chilometri in linea d’aria separano la città di Torino dalla centrale di Tricastin, che conta 4 reattori PWR da 915MW ciascuno.

LA CONVENZIONE DI ESPOO – “È piuttosto ovvio che cittadine e cittadini italiani siano ‘parte interessata’ in questa consultazione pubblica” dichiara Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia. Come ricordato nell’appello inviato a dicembre 2020 al ministro Costa, secondo la Convenzione di Espoo, adottata nel 1991 e oggetto di successivi emendamenti (ratificati dall’Italia con la legge 79 del 2016) “i governi devono garantire la possibilità anche ai cittadini degli Stati confinanti, che potrebbero essere danneggiati da un progetto, di partecipare a una procedura di consultazione”, la cosiddetta ‘consultazione trans-frontaliera’ sulle attività proposte.

UN DIRITTO ‘TRANSFRONTALIERO’ – Il governo francese, dunque, secondo gli obblighi della Convenzione di Espoo, avrebbe dovuto notificare ufficialmente l’Italia della consultazione pubblica in corso. Questo perché “cittadine e cittadini dei Paesi confinanti – scrive l’organizzazione – hanno il diritto di potersi esprimere su progetti (pubblici o privati) che si prevede di poter avviare al di là della linea di demarcazione territoriale. Anche in caso si sentano da essi minacciati. Perché, appunto, l’inquinamento non conosce confini”. Ma in generale, i riferimenti alle iniziative transfrontaliere della direttiva sulla Valutazione dell’impatto ambientale (direttiva 2014/52/UE), della Convenzione di Aarhus e della Convenzione di Espoo, richiedono tutti ai governi di garantire ai propri cittadini l’accesso alla documentazione rilevante e alla consultazione pubblica, nella loro lingua nativa. “Ora Greenpeace – scrive l’associazione – si augura che cittadine e cittadini italiani colgano rapidamente questa opportunità per far sentire la propria voce”.

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