Code, sanzioni, traffico crollato e servizi sospesi. E pure la notizia del sequestro di panini al prosciutto a camionisti inglesi in arrivo in Olanda con la motivazione che “non si possono più importare in Ue alcuni prodotti”. Scene dai primi giorni di divorzio effettivo tra il Regno Unito e l’Unione Europea, nonostante la firma in extremis di un nuovo trattato commerciale. Scongiurata la catastrofe di un “no deal” che nessuno avrebbe davvero voluto, entrambi i contendenti si sono dichiarati soddisfatti dell’accordo. Che permette a Bruxelles di salvaguardare parzialmente uno dei suoi (ex) mercati più importanti e a Londra di sentirsi libera dai supposti diktat comunitari. Ma la telenovela che ha caratterizzato questi ultimi anni non finisce di certo qui. Perché l’accordo, una cornice ancora tutta da riempire, prevede una lunga catena deliberativa e la necessità di un mutuo consenso per ogni decisione. Insomma, tra gli ex potrebbero non mancare le scintille. E non è escluso che si arrivi alle carte bollate davanti agli arbitrati internazionali.

Un trattato complesso – Dal primo gennaio 2021 il Regno Unito ha assunto lo status di “paese terzo” rispetto all’Unione Europea. Una nuova condizione che non avrebbe automaticamente garantito a Londra libertà dalle leggi europee, come i brexiteer avevano promesso sia durante la campagna referendaria sia nel corso dei negoziati. A farlo è stato invece il Trade and Cooperation Agreement (Tca), l’accordo commerciale raggiunto solo il 24 dicembre tra le parti, che si configura come un trattato internazionale. L’accordo chiarisce infatti che quanto è contenuto al suo interno va interpretato solo nell’ambito dei principi di legge internazionali, e non rispetto alle leggi domestiche di ognuna delle parti, nel caso di Bruxelles il diritto europeo. Un aspetto non scontato, e che rende il Tca diverso da altri trattati di libero commercio stipulati dalla Ue, nei quali in alcuni casi il diritto dell’Unione viene indicato come prevalente. Ciò non toglie, però, che quanto è stato concordato in linea generale tra le parti debba essere per il Regno Unito in molti casi validato dai singoli Paesi Ue. La durata di un visto per lavoro per chi si muove dalla Gran Bretagna, per esempio, sarà variabile non solo rispetto al motivo del viaggio, ma soprattutto rispetto a quanto autorizzato da ognuno dei 27 membri dell’Unione.

Il sollievo della Ue – Senza un accordo, Regno Unito e Unione Europea avrebbero iniziato a commerciare alle condizioni della World Trade Organization, con l’introduzione di tariffe e di conseguenza aumenti significativi del costo delle merci importate. Come due auto in corsa verso il baratro, in una sfida in cui perde chi sterza per primo, le parti hanno raggiunto un’intesa pochi giorni prima della scadenza dell’Accordo di recesso, dopo un riavvicinamento nel Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre quando le severe posizioni europee hanno iniziato ad ammorbidirsi. “Il peso economico della Gran Bretagna corrisponde a quello dei 19 membri dell’Unione più piccoli, messi insieme. La Ue quindi deve fare ogni sforzo per mantenerla nel mercato unito”, dichiarava un anno fa Gabriel Felbermayr, presidente del tedesco Kiel Institute. Lo stesso Felbermayr, pochi giorni fa, ha invece affermato: “Sono molto sollevato da questo accordo last-minute. Per l’economia tedesca, il peggio è stato evitato. L’onere su alcuni prodotti chiave tedeschi, come le tariffe reciproche del 10% sulle automobili, sarebbe stato elevato”. Secondo uno studio condotto per il ministero federale dell’Economia ed Energia tedesco proprio dal Kiel Institute, in collaborazione con l’Ifo Institute for Economic Research, l’accordo ha addolcito le conseguenze del divorzio, che costerà comunque a Berlino lo 0,14% del Pil, equivalente a quasi 5 miliardi. Dopo aver già registrato, dal 2016 in avanti, una progressiva riduzione delle esportazioni verso la terra d’Albione, soprattutto da parte dell’industria chimica e automobilistica.

La tattica inglese – A cantare vittoria è stato però anche Boris Johnson, per il quale, secondo un leak riportato dal Guardian, il Regno Unito avrebbe raggiunto il 43% dei propri obiettivi, concedendo il 17% dei punti discordanti all’Unione Europea, e pareggiando il restante 40 per cento. In quest’ultimo gruppo rientra uno dei maggiori cavalli di battaglia londinesi: la pesca, che rappresenta lo 0,1% nel Pil di Londra, a fronte invece di un’intensa attività dei Paesi limitrofi nelle acque britanniche. Il 40% dell’intero pescato della Danimarca viene realizzato nelle acque del Regno Unito, il Mar Celtico e il Canale della Manica sono monopolizzati dalla Francia e un solo peschereccio olandese, il Cornelis Vrolijk, cattura il 23% dell’intera quota di pesca dell’Inghilterra, rispetto al 4% raccolto dall’intera flotta britannica. Bruxelles avrebbe voluto mantenere l’accesso libero per i pescherecci europei, ma – nonostante la disapprovazione di Parigi – ha dovuto accettare il compromesso di un periodo di transizione di 5 anni e mezzo, durante il quale le norme attualmente in vigore continueranno a trovare applicazione, con consultazioni annuali per stabilire il livello e le condizioni di accesso acque territoriali di ciascuna parte e determinare il totale ammissibile di pescato basato sul “valore delle catture” per ciascuno stock ittico. Non vincolandosi a determinazioni definitive, Il Regno Unito si è così assicurato uno spauracchio da giocarsi (nuovamente) nelle prossime negoziazioni con il partner europeo.

I rischi e le insidie – Il Tca infatti non è un accordo rigidamente definito in ogni dettaglio, bensì la cornice di un quadro da dipingere a più riprese. La governance del trattato sarà affidata a una gerarchia di organi, ognuno dei quali diretto insieme da rappresentanti dell’Unione Europea e del Regno Unito, che prenderanno ogni decisione in comune accordo. In ordine di rilevanza, gli organi saranno: un Partnership Council (di livello ministeriale, con il coinvolgimento dei dicasteri di interesse per ogni materia), un Trade Partnership Committee, dieci Trade Specialised Committees e otto Specialised Committees (ognuno focalizzato su una specifica area di competenza, e con la possibilità di crearne di ulteriori), quattro Working group (sotto la supervisione dei Trade Specialised Committee, con la possibilità di crearne di ulteriori), un’eventuale Parliamentary Partnership Assembly. C’è inoltre l’obbligo per entrambe le parti di consultare gruppi di advisory locali e organizzazioni della società civile sull’implementazione del TCA e su ogni ulteriore accordo futuro. E così sia la lunga catena deliberativa sia la necessità del mutuo consenso pongono già più di un interrogativo sull’agilità di questa architettura decisionale, soprattutto nel caso in cui dovessero sorgere tensioni tra le due parti. Un esito che però è apparso inevitabile, dopo aver messo da parte uno dei punti più critici del negoziato, ovvero l’allineamento normativo che l’Unione avrebbe voluto fosse “dinamico”. Vale a dire che ogni novità legislativa introdotta in ambito continentale avrebbe implicato un cambiamento simile nelle leggi britanniche e in caso contrario Londra sarebbe stata condotta davanti a una corte. E un’altra battaglia vinta dagli alfieri di Sua Maestà riguarda proprio la risoluzione delle controversie, che Bruxelles avrebbe voluto affidare alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Così non sarà e in caso di divergenze ci si rivolgerà a un arbitrato indipendente.

Un accordo al rialzo – Ottenendo lo sganciamento dalle leggi e dai giudici dell’Unione, Londra ha così ceduto a cuor più leggero su temi sui cui la controparte si è mostrata meno flessibile, come gli standard di conformità e gli aiuti di Stato. Il Tca prevede che nessuna delle due parti debba ad allinearsi dinamicamente alle regole dell’altra in materia di aiuti di Stato, protezione ambientale, lotta ai cambiamenti climatici, diritti sociali e dei lavoratori e trasparenza fiscale, ma entrambe si sono impegnate a rispettare standard elevati e a non regredire rispetto a quelli già raggiunti in questi settori. Tuttavia, nel caso in cui si verifichino significative divergenze in questi settori, che vadano a impattare sul commercio o sugli investimenti, le parti sono autorizzate a adottare contromisure di riequilibrio. Questo vuol dire, per esempio, che se il Recovery Fund da 750 miliardi di euro si andasse a configurare come aiuto di Stato a livello europeo, il Regno Unito potrebbe a sua volta fornire sussidi alla propria economia per una proporzione equivalente. Un accordo dunque al rialzo, così come accaduto per le regole di origine.

Le nuove regole – L’accordo non prevede tariffe o quote per i beni di origine europea o britannica, laddove per “origine” si intende la località in cui viene realizzata una certa proporzione dei componenti di un prodotto e dove vengono assemblati. E consente la cumulazione bilaterale sia per i materiali che per la lavorazione, mentre non l’autorizza per le provenienze terze. In altre parole, i materiali Ue incorporati in un prodotto inglese concorrono a determinarne l’origine britannica e viceversa, mentre semilavorati extra-Ue (o extra-Uk) per lo stesso prodotto potranno spingersi fino a un massimo del 40% del suo valore. In caso contrario vedranno l’applicazione dei dazi. Non ci sarà invece il riconoscimento incrociato degli standard di conformità sui prodotti, che dovranno essere sottoposti a due processi separati di valutazione per essere immessi sui rispettivi mercati. Su questo aspetto, molti oltremanica hanno già tirato un sospiro di sollievo: sia i prodotti sanitari e fitosanitari, sia gli animali e i prodotti di origine animale (dalla carne ai derivati del latte) sono stati autorizzati all’importazione dall’Unione Europea, in virtù del “Third Country status”.

Il caos burocratico – Tuttavia, questo non risolve le inevitabili problematiche di burocrazia transfrontaliera, che coinvolgono tutte le merci. E così si sono già moltiplicate code e controlli ai confini francesi e inglesi, da parte di entrambe le autorità. La polizia inglese, in una nota del 6 gennaio, ha dichiarato di aver comminato 84 sanzioni ad autisti entrati senza i nuovi necessari permessi, mentre sul confine francese, nel primo lunedì dell’anno, si è registrato meno di un quinto del traffico merci normalmente presente. Emblematico il caso dei corrieri DPD, che hanno deciso di sospendere momentaneamente le consegne dal Regno Unito verso l’Unione Europea – Irlanda compresa – a causa del crescente caos burocratico.

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