Niente dimissioni preventive con eventuale reincarico: Giuseppe Conte vuole uscire dalla crisi passando dalle Camere. Vuol dire essenzialmente recarsi a Montecitorio e Palazzo Madama e rendere comunicazioni sull’attuale situazione politica. E quindi misurarsi col voto del Parlamento. Lo fa sapere il Quirinale alla fine di un rapido incontro, il secondo in due giorni, tra il capo dello Stato e quello del governo. Il presidente del Consiglio è salito al Colle per presentare le dimissioni ricevute ieri dalle ministre d’Italia viva e proporre a Sergio Mattarella di accettarle, come da prassi. Ha assunto l’interim all’Agricoltura (le Pari Opportunità erano un ministero senza portafogli) e poi, come recita il comunicato del Colle, ha “illustrato al Presidente della Repubblica la situazione politica determinatasi a seguito di tali dimissioni”. Altro passaggio formale: nell’incontro di ieri, infatti, Renzi non aveva ancora ritirato la sua delegazione dal governo.

Meno formale e più di sostanza è il fatto che il presidente del consiglio ha “rappresentato la volontà di promuovere in Parlamento l’indispensabile chiarimento politico mediante comunicazioni da rendere dinanzi alle Camere”. Dopo il passo indietro di Italia viva, infatti, c’era attesa per la mossa di Conte. Il capo dell’esecutivo avrebbe potuto dimettersi, ottenendo magari un reincarico per avere un mandato ampio nelle trattative necessarie a formare un nuovo governo. Opzione che aveva due grosse controindicazioni: era ad alto grado di rischio, avrebbe richiesto una lunga gestazione. E in piena pandemia non è possibile prendersi tempi lunghi neanche per formare un nuovo governo.

Del resto è l’unica richiesta formulata da Mattarella nell’incontro di ieri. Dopo lo “sgomento” trapelato dal Colle per una crisi politica in piena emergenza sanitaria, il presidente della Repubblica ha sottolineato a Conte come fosse necessario “uscire velocemente da una condizioni d’incertezza vista l’allarmante situazione causata dalla pandemia”. Dopodiché toccava al premier decidere come gestire la situazione. Forse anche per questo motivo l’inquilino di Palazzo Chigi ha optato per la strada delle comunicazioni alle Camera. E infatti Mattarella ha semplicemente preso atto degli “intendimenti” del premier, senza manifestare gradimenti o controindicazioni di sorta: in questa fase la gestione della crisi è completamente in mano a Palazzo Chigi.

Prima di recarsi alle Camere, Conte presiederà il Consiglio dei ministri convocato la sera del 14 gennaio per approvare lo scostamento di bilancio. Il provvedimento approderà nell’aula alla Camera il 20 e dovrebbe passare senza problemi visto che Renzi ha già annunciato l’intenzione di votarlo. Il sostegno dei renziani non dovrebbe mancare anche all’ennesimo decreto Ristori, il quinto, da circa 24 miliardi: ossigeno per le categorie di lavoratori più colpite dalla crisi. Un provvedimento imponente che sarebbe opportuno varare con un governo in carica e pienamente nelle sue funzioni. Per votarlo però serve prima che il Parlamento dia il suo via libera allo scostamento di bilancio.

Per questo motivo in un primo momento si ipotizzava che Conte potesse decidere di recarsi alle Camere dopo aver messo in sicurezza le due norme. Al Senato, dove il governo non avrebbe attualmente la maggioranza dopo la defezione d’Italia viva, gli equilibri però cambiano in fretta. Sarà anche per questo che il premier ha dato disponibilità a recarsi in Parlamento per “l’indispensabile chiarimento politico” a stretto giro, e dunque prima del voto sullo scostamento di bilancio. E così hanno deciso anche le conferenze dei capigruppo: già lunedì il premier andrà a Montecitorio, dove il suo governo dovrebbe avere ancora la maggioranza pure senza i renziani. Il giorno dopo si sposterà a Palazzo Madama, dove al momento i voti d’Italia viva sono decisivi. Ma potrebbero non esserlo dopo un weekend che si preannuncia denso di trattative, con gruppi di responsabili, oggi definiti “costruttori”, pronti a nascere già nelle prossime ore.

Le modalità con cui Conte troverà i voti necessari a garantire la maggioranza al suo governo, sono infatti fondamentali. Il Colle ha già fatto sapere di non vedere di buon occhio maggioranze “raccogliticce“. E ieri, uscendo dal Quirinale, il premier ha sposato l’opinione del capo dello Stato dicendosi contrario a pescare “un voto qua e un voto là”. Serve dunque amalgamare i vari costruttori che si candidano a soppiantare Italia viva. Il punto importante è che si palesino in un gruppo apposito: il nuovo regolamento del Senato, infatti, restringe questa possibilità solo a sigle che si sono eventualmente presentate alle elezioni. Nelle ultime ore, dunque, il veicolo adatto a puntellare la maggioranza pare essere quello del Maie, il movimento italiani all’estero. In attesa di capire cosa intenda fare Riccardo Nencini, senatore socialista che rese possibile la creazione del gruppo d’Italia viva: ha già fatto sapere di essere intenzionato a confermare la fiducia al governo. Che ne sarà dunque del matrimonio con Renzi? Insomma: le carte per organizzare i senatori responsabili attorno alla maggioranza sono più di una.

A questo punto, se Conte dovesse passare indenne la prova del Senato, tramonterebbe definitivamente pure l’ipotesi delle dimissioni: scenario che sembra acquisire solidità vista la scelta del premier di recarsi in Aula a stretto giro. Una strada rischiosa solo se alla fine dovessero mancare i voti. In caso contrario si tratterebbe solo di puntellare l’esecutivo con gli eventuali nuovi “costruttori” entrati in maggioranza. Il tutto nel giro di appena una settimana dalla rottura di Renzi. Che, da parte sua, apparirebbe come lo sconfitto di questa crisi, provocata senza un vero piano B. Qualcuno già parla di Papeete di gennaio.

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