Qualcosa non torna nel modo in cui i media statunitensi stanno raccontando i fatti di Washington. Centinaia di manifestanti pro-Trump sono “riusciti” a sfondare le barriere dopo essersi “azzuffati” con agenti antisommossa e averli chiamati traditori perché “facevano il loro lavoro”. Quale lavoro?

“L’assedio” sembrava un pic-nic. La “zuffa” e lo “sfondamento” sono stati l’apertura delle barriere – lo si vede nei video – da parte degli agenti. Ho partecipato a decine di manifestazioni attorno a “palazzi del potere” non meno importanti, da Genova 2001 in poi. Le cose non vanno così.

Nei video di ieri migliaia di persone ridono e chiacchierano, gironzolano gustando sandwich come fossero al luna park. Un primo indizio è che il mondo in cui sono stati allevati è un luna park. Alcuni trascendono: rompono una finestra ed entrano nell’edificio. Una scena stranamente priva di concitazione. Non avevano in prossimità agenti in procinto di acciuffarli o, peggio, abbatterli prima che potessero invadere quel genere di spazio.

Una volta all’interno si sono rifiutati pacificamente di obbedire agli ordini degli agenti, talvolta alzando le mani. Continuavano a dirigersi verso il senato coscienti di una certa impunità. Una rivoluzione facile. L’assalto al potere più surreale della storia. Che sia stato grave non c’è dubbio: qualsiasi azione di massa che ha per obiettivo un potere costituito è pesante.

Assaltare un palazzo istituzionale non è, in senso assoluto, una cosa sbagliata. Senza alcuni assalti del passato, purtroppo ben più sanguinosi di questo, non avremmo molte cose che abbiamo. Molto dipende dalle motivazioni, dalle circostanze, dalle alternative che si hanno a disposizione, che si propongono o che si possono realisticamente mettere in pratica. Non è il caso delle stupidaggini che hanno ispirato la pagliacciata di ieri, ma è vero che la rivolta resta un fatto pesante anche quando sembra un pic-nic.

Proprio la pesantezza del gesto non sembrava sfiorare minimamente grandissima parte di quella folla. Sugli scranni delle massime cariche posavano come bimbi che avevano disobbedito alla mamma con il rancoroso supporto del papà divorziato. In quanto oggetti di un amore genitoriale non si aspettavano di essere sculacciati. Tanto più per questo sono stati patetici i commenti della Cnn sul fatto che, tra i senatori, c’erano veterani della guerra in Iraq che avrebbero rivissuto il brivido di quegli anni.

Quanto è patetico e privo di rispetto il mondo in cui viviamo. Ha fatto capolino anche una domanda che avrebbe dovuto aleggiare da molto tempo, e non certo per quel che è accaduto ieri: “Con quale faccia esportiamo la democrazia?”. Appunto.

Tanto la folla aizzata dal presidente quanto i suoi detrattori hanno insomma faticato a sfoggiare il famoso (e sempre più misterioso, per la nostra civiltà) “senso del reale”. Il sangue versato alla fine ha forse prodotto in qualcuno un inconfessabile sollievo. Si parlava di terrorismo e insurrezione, ma si inquadrava una folla apparentemente ignara, spesso persone anziane o vestite come al circo.

Il sangue versato lontano dalle telecamere ha forse reso per le cronache la giornata “abbastanza” reale, perché tragica e solo per questo davvero “grave”. Cosa è veramente successo? Esiste in noi una tendenza, mai abbastanza indagata, a valutare la verità delle ribellioni dalle risposte delle autorità.

Ieri migliaia di agenti si aggiravano senza intervenire attorno ai campeggiatori. Mesi fa militari schierati (e intervenuti) per “difendere” quei palazzi (o qualche statua) da Black Lives Matter ebbero tutt’altra tempra. Anche questo ha a che fare con la “verità” di una rivolta? Può essere.

Il tizio seduto sul seggio della presidenza del senato, più che una caricatura di Cromwell o Danton, è stata un’incarnazione, come si è giustamente fatto notare, del privilegio razzista. Se è potuto arrivare fin lì è forse perché non aveva spacciato venti dollari falsi, come George Floyd, o non aveva aperto la portiera della sua auto, come Jacob Blake?

Ci è arrivato perché non è stato ucciso da chi stava facendo il proprio “lavoro”, un lavoro la cui attenta interpretazione è sempre più difficile ma sempre più importante, e non solo in America. Che “lavoro” è? Proteggere i palazzi? (dai suprematisti o dagli antirazzisti? Dai bianchi o dai neri? Da entrambi?) Proteggere le persone? (i bianchi dai neri? I neri dai bianchi? I bianchi da se stessi?).

La professionalità del giornalismo dovrebbe valutarsi soltanto in seconda battuta dal disprezzo che si è in grado di sfoggiare verso una folla biasimevole. Prioritario, in ogni epoca, è il senso critico nei confronti di chi detiene il criterio ultimo d’intervento: la polizia.

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