di Stella Saccà

Oggi stavo camminando per via del Corso, a Roma. La mia città. O almeno quel che ne è rimasto. Da quando vivo a New York l’ho sempre trovata più pulita, più ordinata, anche se sempre sorniona e maleducata, furba e insolente. Non oggi.

Oggi mi è sembrata come una vecchia star del cinema dimenticata dal suo pubblico. La pioggia: le sue lacrime; il vuoto umano: un teatro senza mani che battono; il grigio del cielo: lo specchio di un camerino senza luci; l’assenza di turisti: l’indifferenza dei paparazzi.

Sono entrata in un negozio, dietro di me una giovane coppia di spagnoli. Quando li ho sentiti parlare mi sono girata, mi sono girata a guardarli. Come se all’improvviso, in quel piccolo negozio di bigiotteria, fossero entrate due giraffe. Io, romana, abituata a camminare per la città e a sentire gli accenti cambiare con la stessa velocità con cui cambia il paesaggio al di là del finestrino di un treno ad alta velocità. Eppure ero lì, davanti a una parete di orecchini, a stupirmi per una coppia di spagnoli.

Uscita dal negozio ho sentito un silenzio strano, surreale. Perfino i ragazzi che vendono gli ombrelli erano discreti, compìti. Mi hanno ricordato i fiorai di un cimitero di provincia. Di solito si lanciano sui passanti, anche su quelli che hanno già un ombrello, anche su quelli che magari si stanno riparando nell’atrio di un portone. Non oggi, oggi sembravano statue mute.

Non c’è un clima di tristezza, però. C’è un clima inedito, ossequioso. Un clima rispettoso di ciò che accade al di fuori di questo nostro palcoscenico vuoto. Si fa silenzio come quando si entra in una chiesa da turista.

Ecco, i pochi avventori del centro bagnato di oggi erano turisti in una chiesa. Credenti, non credenti. Ma rispettosi del silenzio, delle statue dei santi, e affatto indifferenti alle candele. Come quelli che, atei o indecisi, ne accendono comunque una.

Chissà che non porti bene. Chissà che la curva non continui a scendere. Chissà che questa non sia l’ultima ondata. Chissà non si possa tornare presto a marciare disordinati sui marciapiedi, a invadere Testaccio fino alle quattro di mattina, a prenderci a gomitate su via del Corso, a sentire tutti gli accenti del mondo volare tra i vicoli di Trastevere. Chissà che Roma e tutte le sue colleghe non tornino presto a brillare.

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