“Nessuno si aspettava una pandemia poco dopo la nostra laurea”, confessa la ventiseienne Lara De Blasi, medico Uscar. Le Unità speciali di continuità assistenziale della Regione Lazio sono la prima linea nella lotta al Covid-19. Al momento ci lavorano circa 800 sanitari. Trecento sono medici e per lo più molto giovani. “Gli under 35 sono l’80%”, spiega Alessandro Falcione, 26 anni e un corso di Medicina generale da completare. “Ma ci sono anche neolaureati, specializzandi e anche guardie mediche”, racconta ancora dal quartier generale delle unità: l’hospice dell’INMI Spallanzani di Roma.

Il servizio è nato durante la prima ondata dell’epidemia: “Sul campo, andavamo con il camper nelle zone rosse. Il servizio è piaciuto e si è istituzionalizzato”, chiarisce il dottor Falcione, tra i primi ad aderire al progetto. Oggi le unità sono costituite da team sanitari di almeno un medico e un infermiere ed è gestito dall’Istituto di Malattie infettive. Le Uscar hanno il compito di intervenire in situazioni di emergenza, per effettuare la sorveglianza sanitaria alla popolazione assistita, anche presso quelle strutture residenziali sociosanitarie e socioassistenziali nelle quali si è reso manifesto un focolaio di contagio.

E come spesso accade, ciò che si progetta in guerra diventa un nuovo strumento in tempi di pace: “Stiamo cercando di costruire un modello che poi possa essere riproposto come integrazione tra ospedale e territorio”, precisa Falcione. “C’è proprio l’idea di costruire un qualcosa che vada anche a colmare le lacune dell’assistenza territoriale”. Neanche la recente sentenza del Tar ha interrotto il lavoro dei team. Il Tribunale si era espresso contro l’obbligo di assistenza domiciliare per i medici di famiglia. “Le cure a domicilio secondo il buon senso devono necessariamente far parte del servizio sanitario regionale” commenta la dottoressa Marta Branca, direttrice generale dell’INMI Spallanzani. E aggiunge: “Le Uscar sono formate da medici e infermieri che hanno volontariamente aderito all’avviso di reclutamento e non hanno nessun problema a recarsi dai pazienti”.

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