La scuola è sempre scuola, anche a distanza. E la famigerata didattica a distanza può essere qualcosa di più di un semplice surrogato. L’ho toccato con mano l’altro giorno quando al termine di una lezione online mi son sentito rivolgere questa domanda da uno studente. È la madre di tutte le domande che mettono in difficoltà un insegnante: “A cosa serve la matematica? A cosa serve la tua materia?”

Arriva quando meno te l’aspetti e può mettere a repentaglio in un attimo l’autorevolezza che ti sei costruito con calma e pazienza nei mesi o negli anni con quell’alunno, con quella classe. Ho avuto la tentazione di rispondere con la solita manfrina che i prof di matematica utilizzano per svicolare. La matematica serve perché è dappertutto. E’ incorporata in ogni gadget digitale che consumiamo come fosse acqua fresca. Conoscerla aiuta a difenderci dalle fregature e ci fornisce strumenti con cui possiamo costruire opportunità importanti rispetto alle scelte della vita. Tutto vero. Ma noioso.

Sono argomenti che non bastano per convincere un adolescente con il sangue in ebollizione. In questi casi appellarsi alla razionalità è garanzia di sicuro insuccesso. Inoltre affermare che la matematica è utile è solo un pezzo della verità. Un pezzo minuscolo, tra l’altro. Mi sono morso la lingua e mi sono chiesto: “Ma cosa mi entusiasma davvero della matematica?”

Grazie a quello studente, ho sentito di aver trovato la risposta che cercavo da anni. La matematica è prima di tutto un’esperienza collegata all’entusiasmo della scoperta. Un’esperienza cablata dentro i nostri circuiti neuronali da quando gli umani hanno cominciato a far di conto.

Quanto si deve essere entusiasmato il primo uomo che si è messo a contare sulle proprie mani qualcosa della realtà in cui viveva? Fossero mele, uova, pesci, pecore, o più probabilmente “soltanto” le sue dita, deve essere stata un’esperienza entusiasmante di scoperta: con quel “contare” avrebbe sicuramente potuto fare qualcosa di nuovo! Avrà provato un entusiasmo irrefrenabile, una travolgente gioia interiore e dev’essere subito corso a raccontare ai propri amici nella tribù quel che aveva appena scoperto.

Da quel giorno si aprì una strada lungo la quale si sono incamminati tutti i grandi della matematica, quelli che ci hanno regalato qualcosa che resterà anche quando le piramidi saranno tornate polvere: i Pitagora, gli Euclide, i Cartesio, Newton… Tutti in preda a quella vibrazione che possiamo percepire quando con un nostro sforzo autonomo, o con un piccolo aiuto da parte dell’insegnante, riusciamo a comprendere qualcosa che non capivamo prima e che ci fa esclamare un convinto “ho capito!”

Non vale solo per il contare le dita o l’aritmetica elementare o per la dimostrazione dei grandi teoremi. Le biografie dei grandi della matematica alle prese con i problemi più complicati riportano precisamente questa esperienza. L’esperienza del piacere della scoperta appartiene a tutti. Non è un’esperienza elitaria, ma qualcosa che ognuno di noi “sente” quando dopo un piccolo sforzo comprende qualcosa che fino a un attimo prima non riusciva.

Ogni volta che accade è un’esperienza di piacere intimamente umana e anche un adolescente in preda a tempesta ormonale riesce a percepirla. Sento già rumoreggiare i commentatori a questo post. “La matematica un’esperienza? Tu sei matto! La matematica è pensiero puro, teoremi, esercizi teorici al di sopra della realtà, soprattutto la matematica è “fatica””! Come se Dio scacciando Adamo ed Eva dall’Eden avesse detto… “coltiverai la tua terra con fatica e per aggravare ancor più la tua condizione ti appioppo pure il libro degli esercizi di matematica”.

Questa esperienza arcaica è così profondamente radicata in noi che si riattualizza ogni volta che un ragazzo comprende qualcosa che fino a poco prima gli era difficile e incomprensibile. Lo percepisci anche durante la Dad attraverso lo schermo, quando gli s’illumina il viso ed esclama “prof, ho capito!”. Quello è un momento impagabile per l’insegnante. Esprime il piacere della scoperta condivisa, proprio come il primo uomo corse a raccontare alla sua tribù la scoperta del contare con le dita. Poter assistere a tutto questo è entusiasmante: un privilegio inestimabile.

Mille volte mi hanno fatto questa domanda i miei alunni e ogni volta mi sono arrampicato sugli specchi. La risposta è arrivata durante una lezione a distanza. Qualcosa sta cambiando davvero. Stiamo adoperando strumenti che possono renderci l’esperienza umana più piena. In presenza o a distanza poco importa. Sempre che ci vogliamo provare.

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