Emarginato in casa propria per quattro anni, l’establishment è tornato: Joe Biden, l’ “usato sicuro” della politica statunitense, sta costruendo una squadra di soliti noti della Washington democratica, dove contano l’affidabilità e la competenza.

Del resto, nessuno poteva aspettarsi fuochi d’artificio dallo “zio Joe”: molte donne in posizioni inedite – la sua vice Kamala Harris, Janet Yellen al Tesoro e Avril Haines all’Intelligence –; bianchi, neri e ispanici ben bilanciati; ma anche molta attenzione agli equilibri politici. Così, restano in panchina le icone della sinistra “sanderista” e socialista (anche se per il senatore Bernie Sanders potrebbe sempre esserci un posto al Lavoro).

Donald Trump trangugia amaro: dà il via al processo di transizione a denti stretti, senza rinunciare ai ricorsi e senza riconoscere la sconfitta. Ma in realtà è game over: il 20 gennaio Joe Biden diventerà il 46° presidente degli Stati Uniti. La Borsa festeggia le nomine di Biden e l’inizio della resa di Trump battendo tutti i record.

Martedì 24, gli indicatori di Wall Street stabiliscono nuovi massimi – il Dow Jones va per la prima volta sopra quota 30 mila -, perché il dissiparsi dell’incertezza e l’attesa dei vaccini lasciano intravvedere un miglioramento della situazione sanitaria e quindi una ripresa dell’economia.

Anche se l’epidemia galoppa: oltre 150 mila casi al giorno in media e fino ad oltre 2000 vittime: alla mezzanotte di ieri sulla East Coast, secondo i dati della John’s Hopkins University, i contagi nell’Unione superavano i 12.591.000 e i decessi erano quasi 260.000. Giovanni Russonello, cronista politico del New York Times, scrive che l’Amministrazione Biden rappresenta, nella sua composizione, una netta rottura con quella Trump, ma anche la solita solfa con le Amministrazioni democratiche precedenti. Sul Washington Post, Ishaan Tharoor sintetizza così diversi articoli: “Le nomine di Biden offrono i primi spiragli su quel che sarà il suo mandato (…) Se la squadra di Trump doveva scuotere i pilastri del governo e dell’ordine globale, quella di Biden appare costruita per restaurare quei pilastri con gente che ha già ricoperto ruoli simili in passato”.

Il messaggio implicito è il ritorno al governo della competenza e la fine dei “tagliatori di teste” trumpiani paracadutati nei palazzi del potere. Biden vuole tirare su il morale a funzionari e diplomatici che Trump trattava da “apparatchiks” e considerava “deep State” – in effetti, lo erano: proprio la loro resistenza ha limitato i danni dell’ “era Trump”-.

A costo di lasciare sul terreno bocciati eccellenti: di Elizabeth Warren, che spaventa Wall Street, già si sapeva; ma si aggiungono Susan Rice, che non va agli Esteri perché i repubblicani in Senato l’avrebbero bocciata, e Lael Brainard, che resta alla Fed, forse per divenirne presidente fra due anni.

Nella sua prima intervista televisiva da presidente eletto, Biden è cautissimo sull’ingresso in squadra di figure iconiche della sinistra progressista: “Bisogna essere prudenti a togliere dal Congresso personalità di peso”, dice – un riferimento ai senatori Sanders e Warren e alla pattuglia di deputati che gravitano intorno alla pasionaria di New York Alexandria Ocasio-Cortez.

Il nuovo segretario di Stato sarà un diplomatico sperimentato, Anthony Blinken. E così pure rodati sono il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan, la rappresentante degli Usa all’Onu Linda Thomas-Greenfield e il responsabile della Sicurezza interna Alejandro Mayorkas, ispanico – il primo in quel ruolo -. L’ex segretario di Stato John Kerry, candidato 2004 alla Casa Bianca, sarà l’inviato speciale sul clima.

Sono tutte persone con cui Biden ha già lavorato, negli otto anni da vice di Barack Obama e durante la campagna. Il presidente eletto s’affretta a precisare: “Il mio non sarà un terzo mandato Obama”; e assicura che la sua Amministrazione sarà “di rottura e di cambiamento radicale” rispetto a Trump, ma segnerà anche una svolta rispetto agli otto anni di Barack Obama alla Casa Bianca, perché “oggi il Mondo è totalmente differente”. Un mondo dove gli Stati Uniti vogliono riprendersi “il loro posto a capo tavola”, dopo che “l’America First ci ha auto-isolati”.

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