Il corpo del capo non è una questione privata. È una questione pubblica finché esso si riverbera sulla dimensione della pubblicità. Per il resto, ne faccia ciò che vuole. Non stiamo parlando delle pompette o del cerone e neppure dei capelli tatuati: quelli fanno parte della facies pubblica, di quel tentativo del sovrano di sembrare immortale mentre ha di fronte invece una lunga teoria di morti, di sovrani ammazzati, buttati nella cloaca, periti violentemente. C’è il lato grottesco, per l’appunto, ma c’è anche il lato solenne.

In fondo, se il presidente degli Stati Uniti d’America giura in giacca nel pieno del rigido inverno washingtoniano, è perché egli non può farsi vedere debole e freddoloso, bisognoso di un cappotto; se il marziale Vladimir Putin rifiuta di farsi proteggere da un ombrello e presenzia impassibile sotto la pioggia torrenziale alla commemorazione della Grande Guerra Patriottica contro il nazismo, non è per il machismo appreso all’ombra del gladio del Kgb, ma proprio in ragione della sua dignità politica di capo di Stato il cui corpo sfida la corruzione. Questo finché il fisico regge.

Finché sembra incorrotto, allora il corpo mortale del re e il corpo politico del re coincidono. Poi però il corpo politico deve sopravvivere, e il corpo fisico perire. Il re malato, moribondo, va deposto, perché ne va della salus dell’intero corpo sociale. Finiamola con questa ipocrisia su Jole Santelli. Che fosse malata, e gravemente, tanto da morire poco dopo essere stata eletta, è una questione politica tanto quanto le preoccupazioni sulla salute mentale di Donald Trump o sull’età veneranda di Joe Biden, il quale peraltro gode di ottima salute. Il corpus mysticum del potere è perpetuo e non muore, non muore la persona ficta: continuano.

Odofredo e Bartolo lo sapevano: nulla in questo mondo può essere perpetuo, nisi per surrogationem. E la sostituzione permette di perpetuare il potere senza che sia perpetuo il potente. Per fortuna sappiamo che è la dignitas della carica che non muore, non il singolo sovrano, che invece è destinato a trapassare. Nel XIV secolo vi era l’usanza di vestirsi a lutto per la morte del re, ma i magistrati superiori dello Stato erano esentati e dovevano invece indossare una veste scarlatta orlata di pelliccia. Perché? Perché la giustizia, di cui erano rappresentanti, non muore mai.

Come racconta Ernst Kantorowicz nel suo monumentale studio sui Due corpi del re, quando nel giorno del trionfo l’imperatore romano sfilava nel Campo Marzio “come un dio in carne e ossa avvolto nella ricamata toga purpurea di Giove capitolino, nelle mani lo scettro con l’aquila del dio, e con il volto dipinto di bruno e di rosso” sul cocchio con lui c’era uno schiavo che gli teneva la corona sulla testa gli sussurrava all’orecchio: “Guardati indietro, ricordati che sei un uomo”.

Quando dalla sorte del re, come nelle tribù dei “selvaggi” – come le chiama Frazer nel Ramo d’oro – dipendeva la sorte dell’intera comunità, la sua morte metteva a repentaglio l’intero gruppo. Il “fragile tabernacolo di carne” nel quale questi re dimoravano rendeva necessario, alle prime avvisaglie della debolezza e della malattia, l’uccisione del re divino: “Ai mistici re del fuoco e dell’acqua nel Cambogia non è permesso morire di morte naturale. Quindi, quando uno di essi è seriamente ammalato e i più vecchi giudicano che non si possa ristabilire, lo feriscono a morte”.

Naturalmente questi esercizi di antropologia testimoniano come la salute del sovrano, del capo politico, fosse importante per la comunità. Certo si tratta di gruppi umani differenti dagli odierni, intanto ordinati spesso attorno all’idea comunitaria e organicistica secondo cui la totalità è più importante del singolo. Né siamo di fronte alla difficoltà di trovare un altro re: la democrazia è attrezzata per le sostituzioni. Tuttavia, quel che qui si vuole dire è che sebbene le moderne democrazie prevedano meccanismi di surrogazione, rimane che questi siano eccezionali e temporanei, essendo necessario che il corpo elettorale si esprima nuovamente per scegliere il capo politico. Il sostituto è un facente funzioni.

Non sappiamo cosa pensasse Jole Santelli, se ritenesse di poter vivere ancora a lungo, di poter affrontare la presidenza di una regione così disastrata e in un periodo così complicato. Non possiamo sapere, e dobbiamo tacere di fronte alle scelte intime di una persona che sta per morire, al mistero della morte. Eppure il problema esisteva già dal giorno della candidatura. Non si muore in scena, per quanto il teatro e la politica siano embricati.

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