di Andrea Marchina e Ivan Nabil Ras

Passino il negazionismo sull’emergenza climatica, l’uscita dall’Accordo di Parigi, l’abolizione del Clean Power Plan, il sostegno sfrenato alla lobby del carbone, la ripresa delle esplorazioni minerarie e petrolifere, la deregolamentazione più totale delle emissioni inquinanti. Passino l’intolleranza e la soppressione delle minoranze (etniche, culturali e di genere), l’avallamento (pilatesco ma non troppo) della repressione violenta, il Muro della vergogna, la separazione delle famiglie di immigrati, l’inquietante vicinanza agli ambienti dei suprematisti bianchi.

Passino l’uscita dall’Unesco (colpevole di aver riconosciuto la Palestina), l’uso personalistico della giustizia, i debiti e le tasse non pagate (cioè tutte), il tentativo di smantellare l’Obamacare (meno sanità per i poveri), la riforma fiscale (meno tasse per i ricchi). Passino – si fa per dire – tutte queste cose. D’altronde, una cosa gli va riconosciuta: il vecchio Donald è stato un raro esempio di coerenza rispetto a ciò che andava proclamando in campagna elettorale. Ne consegue che chi lo ha eletto nel 2016 (quasi) tutte queste cose le aveva messe in conto; anzi, le aveva condivise, volute e votate. E molti suoi elettori ne avranno pure beneficiato.

Poi è arrivata la pandemia. E sono arrivati i morti, abbandonati nelle loro abitazioni (nel migliore dei casi) o per le strade (nel peggiore), senza possibilità di cura. Ai nostri morti mancavano i posti letto, ai loro l’assicurazione. Quella che, come non bastasse, si voleva togliere ad altri milioni di americani. E ad accompagnare questo strazio abbiamo visto un presidente che, pur avendo ben chiara già da febbraio la gravità del problema, ha scelto di comunicare al suo popolo che andava tutto bene, che non c’era da preoccuparsi per una “brutta influenza”.

Un presidente che minimizzava in piena pandemia (“Il virus sparirà come per miracolo”), ridicolizzava l’uso della mascherina e si improvvisava scienziato mentre suggeriva di testare un possibile effetto benefico della candeggina (salvo poi rimandare l’esperimento quando era lui ad avere bisogno di cure). Un presidente che, soprattutto, faceva una scelta ben precisa: il Paese non doveva fermarsi, nemmeno davanti ai morti.

Dopo tutto questo, non c’era bisogno di essere degli ultrà di Joe Biden (tutt’altro che carismatico) e delle sue posizioni (tutt’altro che riformiste) per potersi immaginare una netta sconfitta di Donald Trump. Infatti, se si guarda al risultato finale emerge una chiara vittoria del candidato Dem. La questione però cambia se ci si focalizza sui voti popolari conquistati da Trump, sia in assoluto (71 milioni) sia in rapporto alle elezioni del 2016 (9 milioni in più).

Possiamo davvero ignorare come Trump abbia potuto mantenere (e addirittura aumentare) il proprio consenso, a fronte degli enormi costi pagati dagli americani in termini di vite umane e lacerazioni sociali? Noi crediamo di no, e abbiamo provato a darci delle risposte. Una prima risposta è squisitamente economica, ma pure culturale. Non si può negare – e sarebbe ipocrita farlo – quanto l’economia americana abbia mostrato di essere in salute sotto il governo Trump.

Prendiamo solo il 2020: a parte una breve battuta d’arresto nei mesi di marzo e aprile, il numero di nuovi posti di lavoro è sempre stato in crescita, mentre il tasso di disoccupazione subiva un calo costante di mese in mese. Non solo: ciò che agli occhi (e alle tasche) degli americani non è passato inosservato è il super rimbalzo del Pil nell’ultimo trimestre (+33% annualizzato) dopo il crollo registrato in primavera.

Non importa come vengono creati i posti di lavoro e prodotta la ricchezza, se incentivando la transizione ecologica o sostenendo la filiera produttiva delle fonti fossili: la paura di perdere il lavoro a causa dell’emergenza sanitaria e la promettente speranza di riprendere a guadagnare hanno spinto il ceto medio americano ad affidarsi ancora una volta a chi faceva dello slogan “America First” il suo biglietto da visita.

Sarebbe però altrettanto ipocrita fingere di avere di fronte tutta gente alla canna del gas. Questo significherebbe ignorare la cultura iper-capitalistica che contraddistingue una buona parte del popolo americano: quella per cui sì, la pandemia c’è stata e continua ad esserci, ma uno sguardo al Pil rende tutto più digeribile, perfino le balle criminali del presidente. Perfino i morti.

Un’altra interessante questione è stata sollevata dal manifesto qualche giorno fa, in un articolo che citava un dossier del Centre for Disease Control and Prevention: più della metà degli Stati maggiormente colpiti dal Covid nella settimana precedente alle elezioni (11 su 18) sono quelli dove Trump ha prevalso con il maggior numero di voti.

Un paradosso, se non si tiene conto di un altro dato: 8 di questi stati sono amministrati da governatori Repubblicani, eletti dal popolo negli anni precedenti. Ovvero, gli elettori che tradizionalmente votano “rosso” sono gli stessi che, da un lato, hanno subìto da parte dei loro governatori le stesse politiche di minimizzazione della Casa Bianca e, dall’altro, sono quelli più propensi a mettere in atto certi comportamenti irresponsabili promossi dalla propaganda trumpiana. Due fattori che certamente hanno reso più facile l’esposizione al contagio.

Un’ultima riflessione riguarda il processo di polarizzazione che sta investendo la politica globale negli ultimi anni: l’emergere di una visione manichea della politica (e della società) che divide il mondo in amici e nemici, senza lasciare spazio a sfumature. Così, in una società dove l’avversario politico diventa il nemico che incarna il male assoluto, risulta estremamente difficile cambiare posizione, indipendentemente dai disastri commessi dai rappresentanti della propria fazione.

E quando si realizza che questa sta commettendo errori e provocando danni gravissimi, si crea quello che lo psicologo Festinger chiama “dissonanza cognitiva”: quel conflitto interiore che si genera quando alcune nostre convinzioni vengono messe fortemente in discussione dalla realtà. Un conflitto che può essere risolto seguendo due strade: rivalutare le proprie convinzioni, oppure – cosa più frequente – modificare la realtà dei fatti per difendere quelle convinzioni. Insomma, minimizzare e autoconvincersi che gli amici siano comunque meno peggio dei nemici è molto più facile che passare dalla parte del male assoluto.

Lungi da noi piazzare Joe e la sua vice dalla parte degli amici: prima dicano stop alle guerre imperialiste camuffate da missioni umanitarie, rientrino negli accordi sul clima, mettano mano al sistema sanitario (ancora troppo esclusivo) e ricostruiscano un tessuto sociale lacerato dalle disuguaglianze. Poi ne discutiamo. Intanto, una risposta ce la possiamo comunque dare: se nonostante tutto il tycoon è riuscito ad ottenere più voti rispetto a quattro anni fa, probabilmente i trumpiani hanno scelto la seconda strada.

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