Londra, 1979. Le due donne più importanti dell’Occidente stanno per incontrarsi in un salotto pieno di quadri e broccati. Sono nate nello stesso anno: una in un palazzo reale, erede inconsapevole di un grande impero, l’altra in “una piccola strada” dove il padre aveva una bottega. La Regina si liscia le pieghe del completo indaco e aggiusta impercettibilmente i vasi di fiori, prima di accogliere la donna che i suoi sudditi hanno scelto come primo ministro. E oltre i cancelli di Buckingham Palace, in un appartamento a Earl’s Court, c’è un’altra giovane donna che sta per portare scompiglio nella monarchia. La Regina Elisabetta, Margaret Thatcher, Lady Diana: sono queste tre donne le protagoniste assolute della quarta stagione di The Crown, disponibile dal 15 novembre su Netflix. Peter Morgan – sceneggiatore candidato all’Oscar e geniale autore dello show – riesce nel miracolo di superare le tre stagioni precedenti. I nuovi episodi sono ambientati nel decennio del walkman e del neoliberismo rampante: ora più che mai la famiglia reale deve difendere le proprie tradizioni contro il nuovo che avanza, mentre il mondo cambia, protesta, chiede nuove libertà.

Diana (semmai ci fossero dubbi) ruba la scena a tutti già dal trailer. Diana la maestra d’asilo inseguita dai paparazzi. Diana che festeggia il fidanzamento con le amiche brindando, con l’ingenuità dei vent’anni, alla “fine delle preoccupazioni”. Diana la dea della caccia a Balmoral. Diana che non sa a chi fare l’inchino per primo. Diana con i pattini a rotelle nei corridoi di Palazzo. Diana che riceve lettere da mezzo mondo e nemmeno una telefonata da Carlo. Diana che piace tanto a papà, e che quindi dev’essere quella giusta. Diana che va a pranzo con la rivale, e poi si caccia due dita in gola. Diana che apre il frigo di notte, e poi si caccia due dita in gola. Diana che cerca un po’ d’amore in casa, ma ne riceve a ondate dalla gente che la aspetta in strada. Diana amatissima in pubblico, e ignorata dal marito. L’attrice Emma Corrin aveva davanti sé una sfida difficile, confrontarsi con la nostalgia per la principessa. E l’ha vinta a mani basse. E poi c’è lui, Carlo. Il primo incontro tra i due è una di quelle scene perfette in cui è racchiuso tutto ciò che verrà dopo: lui è lì per vedere un’altra, lei indossa la maschera di una recita scolastica. Che per molti versi sarà quello che faranno per il resto dei loro anni insieme: nascondersi e sfuggirsi. Da due stagioni l’eterno erede al trono ha il volto di Josh O’Connor, impeccabile nei gesti e nel freddo distacco di Carlo, eppure capace di far provare un briciolo di compassione (se non proprio di simpatia) per quel ragazzo introverso. Disperatamente alla ricerca dell’approvazione della famiglia, si ritrova a passare dall’ombra della madre a quella di una moglie così splendente da oscurare tutti: la cognata, il marito, perfino la sovrana.

La bellezza di questa serie sta nel fatto che chi guarda sa esattamente come andrà a finire, ma non sa mai cosa sta per succedere. Sappiamo che Carlo sposerà Diana, che divorzieranno, che poi lui sposerà l’altra: eppure per un attimo, guardandoli ballare in pista, abbiamo sperato che le cose andassero in modo diverso. E la serie continua a saltare tra la cronaca e il mito, tra la storia e la fiaba, per dieci nuovi episodi che sono un affresco curato nei minimi dettagli. I costumi, che sembrano usciti dai tabloid, la fotografia. La luce, perfino. The Crown entra in punta di piedi nelle stanze private del potere, aggiungendo quel che non potevamo vedere a quel che sapevamo già: gli sguardi, i silenzi, i cuori spezzati, le inaspettate tenerezze così come le segrete malinconie, fino alla depressione e ai disturbi alimentari.

In questa quarta stagione irrompe sulla scena Margaret Thatcher (una bravissima Gillian Anderson) detestabile al punto giusto, la ragazza “nata in una piccola strada” ma capace di aprirsi una strada dove nessun’altra era riuscita, forte del suo “istinto assassino” e di generose quantità di lacca per capelli. C’è poi l’altra Margaret, la sorella della regina, condannata a essere sempre l’eterna seconda, scavalcata perfino dal nipote ventenne. Helena Bonham Carter ha ereditato uno dei personaggi più complessi e affascinanti della serie, e gli episodi che la vedono protagonista sono i più umani e i più struggenti.

E stretta nel mezzo c’è lei, la Regina (il premio Oscar Olivia Colman). La sovrana, ormai sessantenne, ora deve difendere il regno che ha ereditato da un mondo che va nella direzione opposta, da un primo ministro implacabile e perfino dai propri figli, con cui deve prendere appuntamento per avere una vaga idea della loro infelicità e del loro smarrimento. Anche noi, insieme alla Regina, iniziamo a vedere le crepe di quel magnifico, glorioso anacronismo che è la monarchia. La modernità avanza a passo serrato: le bombe dell’Ira cadono vicinissime alla famiglia reale, alle Falkland si combatte una nuova guerra, tre milioni di disoccupati si riversano sotto le finestre del palazzo (riuscendo pure a entrare) e l’Australia vuole tagliare il cordone ombelicale con il Regno Unito. Odia la monarchia ma ama molto la sua giovane principessa: Diana, la variabile impazzita, il cigno nero. E quando lei si butta al collo della Regina, in un momento di disperazione, anche l’imperturbabile Elisabetta è sfiorata dal dubbio: ma non sarà che ha ragione lei, che dobbiamo cambiare? Ma è solo un momento, perché la Corona alla fine prevale sulla buona fede del suo staff, sui desideri di Carlo, sull’infelicità di Diana, sulla frustrazione di Margaret. Perfino, a volte, su quello che vorrebbe Elisabetta stessa. La serie infatti non si chiama The Queen, ma The Crown: perché è la Corona che, per esistere, deve vincere. Deve vincere sempre.

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