“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli”: Gesù 19, 24, Nuovo Testamento, Vangelo secondo Matteo. La versione Usa della massima biblica suona meno consolatoria e meno incoraggiante: “E’ più facile che un bisonte passi per il mirino di un Winchester che un povero vada alla Casa Bianca”.

Le elezioni 2020 ne sono una clamorosa riprova: hanno infranto ogni record del passato diventando le più costose della storia americana, con un bilancio totale previsto di quasi 14 miliardi di dollari, di cui 6,6 miliardi per le presidenziali, quasi il triplo dei 2,4 miliardi del 2016. Raddoppiati i costi delle gare federali per Camera e Senato. Sono le previsioni – aggiornate a fine ottobre – del Center for Responsive Politics.

Intendiamoci, non sono soldi che i candidati devono avere in proprio: arrivano dalle raccolte fondi, dai grandi donatori, da comitati e aziende, spesso aggirando con artifici – legali – le norme federali. E non stiamo parlando solo di Donald Trump e di Joe Biden: la somma complessiva di 14 miliardi comprende i candidati alla Casa Bianca dei due maggiori partiti e tutti gli aspiranti alla nomination – i democratici erano una trentina -, i candidati a Camera (435 seggi) e Senato (34 seggi in palio) e quelli eliminati nelle primarie.

Calcoli da prendere con beneficio d’inventario, perché le somme si tirano solo alla fine e perché sarà sempre difficile collocare certe poste: ad esempio, i soldi investiti in loro stessi da magnati come Trump, ma anche dai miliardari filantropi democratici Tom Steyer e Andrew Yang e dall’imprenditore Michael Bloomberg, che ha speso almeno cento milioni di dollari per ballare – maluccio – un solo giorno, il Super-Martedì delle primarie democratiche il 3 marzo.

In Usa 2020, ci sono pure otto dei dieci duelli più costosi mai disputatisi per il Senato, cominciando da quello in North Carolina tra il senatore repubblicano Thom Tillis e il suo sfidante democratico Cal Cunningham, che ha già superato i 272 milioni di dollari. Quattro match per il Senato sono oltre i 200 milioni di dollari: gli altri in Iowa, South Carolina e Arizona, una cosa mai accaduta senza candidati auto-finanziatisi.

Anche i poveri devono diventare ricchi, per pagarsi un seggio a Washington. Per farsi rieleggere alla Camera, l’icona della sinistra democratica Alexandria Ocasio-Cortez, che di soldi suoi ne ha pochi, ha condotto la seconda campagna più cara tra le 435 della Camera, raccogliendo 17,3 milioni di dollari, in gran parte da piccoli donatori attratti dalle sue politiche progressiste. Il suo sfidante repubblicano John Cummings, un ex insegnante ed ex poliziotto di 60 anni, ha incassato 9,6 milioni di dollari. In totale, una campagna da quasi 30 milioni di dollari, inferiore solo a una in Louisiana, dove il potente deputato repubblicano Steve Scalise ha rastrellato da solo 33 milioni di dollari.

Naturalmente, chi ha speso di più sono Biden e Trump. Ma si sa che arrivare alla Casa Bianca, o anche solo provarci, costa un sacco di dollari: la campagna perdente più onerosa della storia fu quella di Hillary Clinton nel 2016, 621 milioni di dollari, davanti a quella di Mitt Romney nel 2012 (536 milioni di dollari).

Il Center for Responsive Politics prevede che la campagna di Biden, che aveva raccolto 938 milioni al 14 ottobre, sarà la prima a superare il miliardo di dollari in fundraising. E, alla fine, a trovarsi alle strette, è stato proprio il miliardario, Trump, che vanta un patrimonio forse superiore alla realtà – ma lui tende a ingigantire tutto.

I dati confrontabili sono quelli al 30 settembre: Joe Biden aveva incassato con il suo comitato elettorale 531 milioni di dollari, e da fuori gli erano arrivati altri 253 milioni di dollari, per un totale di 784,3. Il comitato per la rielezione di Trump aveva invece rastrellato 476,3 milioni di dollari e dall’esterno ne erano arrivati altri 208,4 milioni di dollari, per un totale di 684,9. Siccome le spese erano quasi equivalenti, Biden s’è ritrovato con un centinaio di milioni in più da gettare nello sprint finale.

Sia a Biden che a Trump, i mega-doni sono giunti aggirando la legge che prevede un tetto massimo di 250 mila dollari a donatore. Ed entrambi hanno beneficiato della prassi delle grandi aziende dell’industria manifatturiera ed energetica e delle telecomunicazioni di foraggiare sia repubblicani che democratici, per evitare di finire in castigo per un quadriennio.

Donald Trump ha investito più di Biden in post sui social, Biden più di Trump in spot sulle televisioni. Eppure, lato donatori, Biden è il beniamino delle aziende che controllano i social network e dei signori della Silicon Valley. Hanno investito su di lui Alphabet, la holding che controlla Google (3,7 milioni), Bill Gates con la sua Microsoft (2,6 milioni) e molte altre imprese.

Il suo maggiore finanziatore è un gruppo di lobbisti fondato da un guru del team di Bill Clinton, Eric Kessler: l’Arabella Advisors, che attraverso la controllata Sixteen Thirty Fund ha supportato Biden con 18,9 milioni di dollari. Fra i grandi finanziatori anche hedge fund come Paloma Partners (9 milioni di dollari) e Euclidean Capital di James Simons con 7 milioni di dollari.

Trump può contare su Sheldon Adelson, uno degli uomini più ricchi del mondo, che ha finanziato, insieme alla moglie e a vario titolo, la campagna del presidente uscente con 75 milioni di dollari, anche attraverso la sua società che controlla gran parte dei casinò americani: la Las Vegas Sands. Fra i maggiori contribuenti del candidato repubblicano c’è pure il Blackstone Group, tre milioni.

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