Nei giorni scorsi Ted Cruz, senatore repubblicano del Texas, ha messo in guardia il suo partito. “Rischiamo un bagno di sangue delle proporzioni del Watergate”, ha detto. In effetti la mappa elettorale 2020 a una settimana dall’Election day, appare poco favorevole a Donald Trump e al G.O.P. (Grand Old Party, il partito repubblicano). I repubblicani rischiano di perdere la Casa Bianca ma anche il Senato. Gli ultimi sondaggi su base nazionale danno Joe Biden in netto vantaggio: ben 11 punti su Trump nelle due ultime rilevazioni di NBC/Wall Street Journal e di NPR/PBS. Il presidente è in affanno anche in alcuni swing states: Florida, Pennsylvania, Michigan, Arizona, Wisconsin. Persino la Georgia, dove fino a qualche tempo fa i repubblicani vincevano senza problemi, è ora in bilico. Tanto che Trump ha dovuto, venerdì, volare proprio in Georgia per uno dei suoi rally. Non un buon segno. Non si fanno comizi dove la vittoria è sicura.

Perché nulla è scontato – Prospettive rosee, dunque, per Joe Biden? Non proprio. Il suo percorso verso la vittoria potrebbe rivelarsi più accidentato di quanto i sondaggi dicono. E gli swing states, gli Stati contesi tra democratici e repubblicani, giocano in questo un ruolo assolutamente centrale. Vediamo, con un po’ di pazienza e attenzione ai numeri, perché. Quest’anno un numero molto vasto di americani voterà, o ha già votato, per posta. A oggi hanno espresso la loro preferenza circa 61 milioni di americani, di cui oltre 40 milioni per posta. Si tratta di un record assoluto che polverizza anche i numeri del 2016 e che rappresenta il 44% dei 136 milioni che votarono nel 2016 (e quest’anno la prospettiva è che gli elettori siano ancora di più).

Ogni Stato ha però procedure diverse per il conteggio di mail e absentee ballots: c’è chi li conta al momento dell’arrivo della scheda elettorale per posta; c’è chi li conta prima del giorno delle elezioni; chi li conta invece il giorno del voto. La cosa vale ovviamente anche per gli swing states. E quindi: Arizona, Georgia, Minnesota, Nevada li scrutinano all’arrivo delle schede. Florida, Iowa, Michigan, New Hampshire, North Carolina, Ohio, nei giorni precedenti il voto. Pennsylvania e Wisconsin il conteranno il 3 novembre.

La chiave nel Midwest – Una cosa salta subito agli occhi. Joe Biden è in vantaggio nei cosiddetti Stati dei Grandi Laghi: il Minnesota, il Wisconsin, la Pennsylvania, il Michigan. Un sondaggio New York Times/Siena College di qualche giorno fa dava il candidato democratico avanti di 8 punti in Michigan e di 10 in Wisconsin. In Pennsylvania la media RealClearPolitics è sopra i 5. Si tratta, per lui, di un’ottima notizia. Sono swing states, questi, dove Hillary Clinton aveva perso di misura nel 2016. Per 43mila voti circa in Pennsylvania; 23mila voti in Wisconsin: 11mila in Michigan. Se Biden dovesse dunque riuscire a strapparli a Trump, il suo percorso verso i 270 collegi elettorali necessari alla vittoria sarebbe molto più semplice.

La tempistica dello scrutinio – Ma attenzione. Come appena visto, Pennsylvania e Wisconsin sono tra gli swing states dove il conteggio dei voti per posta inizierà il giorno stesso del voto. Anche dal Michigan arrivano notizie di uno scrutinio piuttosto lento. Questo significa che negli Stati dove Biden potrebbe vincere più largamente, il risultato con ogni probabilità arriverà più tardi: non nella notte tra il 3 e il 4 novembre, ma nelle ore, forse nei giorni, successivi a quelli del voto. Ad arrivare prima saranno invece i risultati degli swing states dove il vantaggio di Biden è più lieve o dove esiste una situazione di sostanziale parità o anche di vantaggio per Trump. Tra questi, Florida, Ohio, North Carolina e Iowa. Per esempio, l’ultimo rilevamento di The Hill sulla FloridaTrump e Biden in sostanziale parità. E sempre in parità i due candidati sono, secondo Emerson College, in North Carolina. Stessa situazione emerge da diverse rilevazioni in Iowa e Ohio.

I calcoli dei grandi elettori – Sintetizzando: negli Stati dove Biden appare più favorito ci sarà da attendere ore, forse giorni, per avere l’esito; quelli in cui è meno forte, avranno il dato finale a poche ore dalla chiusura dei seggi. Ecco perché Biden, che nei sondaggi su base nazionale appare largamente favorito, nella realtà della notte del 3 novembre potrebbe avere più di un problema. Il candidato democratico può contare su una base sicura di 226 voti elettorali: sono quelli degli Stati in cui il democratico è vincitore certo. Per raggiungere la soglia dei 270 nelle ore immediatamente successive alla chiusura dei seggi, Biden deve dunque vincere in Florida (29 voti elettorali) più Ohio (18 voti elettorali) o una combinazione di Iowa e Arizona (complessivamente, 17 voti). Se così non sarà, il democratico dovrà aspettare l’arrivo dei risultati di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania per conoscere il suo destino.

È in questo intervallo di tempo che potrebbe infilarsi Trump. Il presidente da mesi alimenta l’allarme su presunti brogli nel voto per posta; più volte ha affermato di non sapere se sarà disposto a riconoscere un’eventuale sconfitta. L’arrivo dei primi risultati dagli swing states a lui più favorevoli potrebbe spingerlo a dichiararsi vincitore, senza aspettare il quadro definitivo; nel caso il voto finale non gli fosse favorevole, potrebbe gridare ai brogli e chiedere l’intervento della Corte Suprema (dove nel frattempo ha collocato una giudice di provata fede conservatrice, Amy Coney Barrett). Insomma, non c’è niente di certo nella notte del 3 novembre. Il vantaggio che Biden ha in alcuni tra i principali swing states potrebbe alla fine non essere sufficiente per assicurargli una notte elettorale tranquilla.

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