Una nuova edizione de “Il Collegio” è alle porte. Il programma più visto dal giovani, con il 60% di share tra i ragazzi dagli 11 ai 14 anni, torna martedì 27 ottobre su Rai2. Non mancano le novità. Cambia la location (da Bergamo ad Anagni), l’anno (siamo nel 1992) e alcuni volti nel corpo docenti, compreso l’ingresso della figura del bidello. Con la narrazione affidata a Giancarlo Magalli, ventuno adolescenti verranno catapultati nell’anno di Mani Pulite, dell’attentato a Giovanni Falcone e della nascita del Tg5. Le riprese sono state effettuate durante l’estate e, causa Covid, tutti gli addetti ai lavori – dai professori agli alunni – sono stati sottoposti a continui tamponi. FqMagazine ne ha parlato con uno dei personaggi più amati della trasmissione: la mitica professoressa Petolicchio. Al Collegio è l’insegnante di matematica e scienze, nella vita di tutti i giorni insegna in un istituto comprensivo della provincia di Salerno.

Perché tutti i giovani vogliono finire nel vostro Collegio?
“Secondo me, per notorietà. Per loro significa cominciare ad accumulare molti follower. Siccome per una certa fascia d’età questa sembra essere una delle loro predilezioni maggiori, mi viene da pensare che per acquisire visibilità molti giovani facciano di tutto per riuscire ad entrare tra i collegiali. Un po’ più in secondo piano credo che ci sia la motivazione di fare un’esperienza così diversa e particolare. Mi auguro, per la verità, che ci sia anche questa tra le caratteristiche che li spinga a voler far parte di questo programma. Per mettersi alla prova, conoscere di più se stessi, per stare lontani dalla famiglia e dai soliti riferimenti. La vetrina della tv è appetibile ai più e questi ragazzi sono lo specchio della loro età, ma la cosa importante è non perdere l’aderenza con il suolo”.

La sento abbastanza critica versa questa ambizione dei giovani…
“Beh, in effetti lo sono, non posso nasconderlo. Non mi riferisco ai collegiali, il mio è un discorso generale. Le mele marce, pur di collezionare follower, vanno a pubblicare cose che non hanno nessun tipo di fondamento oserei dire morale. Quando si prende a calci un gatto per accumulare follower, come successo qualche settimana fa a Casoria, non ci vedo nulla di buono. Non posso che essere critica verso chi si fa grande con situazioni che, invece, dovrebbe farli sentire gli ultimi di questa società”.

Di chi è la responsabilità?
“Non sono un giudice, ma credo che sia arrivato il momento di fare una riflessione sugli esempi che questi ragazzi che hanno la sfortuna di avere nel loro quotidiano. La colpa non è loro”.

Come vivrà questa generazione nel 1992?
“Non sono mancati i momenti di ribellione a qualche regola imposta. Non mancheranno i colpi di scena. Questo programma è davvero un esperimento dal punto di vista sociologico. Da dentro, io li osservo nella loro evoluzione, giorno dopo giorno, e posso assicurare che i collegiali non escono come sono entrati. Ognuno di loro effettua lì dentro effettua un percorso che li porta a riflettere su loro stessi, a capirsi meglio, ad aprirsi quando c’è la necessità. Non si esce come si è entrati, questo è poco ma sicuro”.

Se confrontato al 1960 della prima edizione, il 1992 è un anno molto vicino a noi e neanche così lontano. Questo rischia di far perdere l’obiettivo primordiale del format?
“Sicuramente rispetto alle prime edizioni, dove venivano riproposti gli anni Sessanta, c’è un avvicinamento ai giorni nostri. C’è stato un bel passo avanti. Oggi parliamo di scuola tecnologicamente avanzata, mentre negli anni Novanta si viveva la scuola ancora con una metodologia tradizionale. Non possiamo paragonare quel tipo di scuola a quella attuale. Anche il mio rapporto con i collegiali è diverso: la professoressa Petrolicchio negli anni Sessanta non si concedeva neanche un sorriso, mentre adesso mi lascio più andare all’ironia e all’autoironia”.

Lei è così severa come la descrivono?
“Se far rispettare i ruoli significa essere severi, allora lo sono e anche tanto. Rispetto molto chi ho di fronte, però pretendo altrettanto rispetto: quando questo viene meno, posso arrivare a dare il peggio di me. Al Collegio ci possono essere delle situazioni un attimino enfatizzate dalle situazioni, che però io non vivo mai a scuola nel mio quotidiano: con i miei veri alunni veri certe situazioni provocatorie o borderline non si creano mai. C’è tanto altro nel mio carattere, che spero si possa vedere prima o poi”.

C’è chi dice che ci sia un’importante dose di fiction all’interno del Collegio. Lei ha mai recitato?
“Io non sono un’attrice, lo si può venire a constatare in tutti i momenti del mio quotidiano: sono una docente nella vita e lo sono anche al Collegio. Non ho mai avuto alcun copione da recitare. Tutto quello che si vede di me, come degli altri, avviene in totale spontaneità. Quelle per me sono delle ferie alternative: vado al Collegio quando non lavoro a scuola, essendo una produzione estiva. Se dovessi andare lì ad effettuare il lavoro di attore sarebbe un carico troppo pesante per me, che rifiuterei”.

La scuola sta vivendo un periodo molto delicato. Lei è pro o contro la didattica a distanza? Le scuole dovrebbero appoggiarsi a quella?
“La scuola a distanza non potrà mai avere la stessa valenza della scuola in presenza, ma nelle avversità dobbiamo cogliere le nuove opportunità. Il lockdown dello scorso anno ci ha obbligati a dover lavorare a distanza. La scuola in cui opero si è tenuta al passo coi tempi: non ci siamo trovati impreparati quando è stato necessario dover operare con la DAD. Abbiamo fatto di necessità virtù. L’importante è cogliere e aprirsi alle novità, anche se all’inizio ci sembrano insolite e difficili. Bisogna guardare al futuro”.

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