Mentre gli analisti aspettano i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi, ci si sofferma sulle previsioni che riguardano i cambiamenti di priorità, approccio e interesse della politica estera statunitense. La situazione internazionale e i diversi scenari non lasciano molto spazio alle manovre politiche.

A livello globale, le sfide determinate dal Covid-19 sono la priorità. Per gli Stati Uniti, il contrasto economico alla Cina non sarà semplice da affrontare e risolvere a breve termine poiché le tensioni sono elevate, in particolare intorno all’influenza cinese in Europa e nel Mediterraneo.

Un nodo strategico è rappresentato dall’industria delle telecomunicazioni con l’ambiziosa iniziativa Belt and Road che mira a rilanciare la storica rotta commerciale della Via della Seta e viaggiare dalla Cina all’Asia centrale e all’Europa, con programmi più ampi per raggiungere anche l’Africa.

Le tensioni internazionali creano un’atmosfera da guerra fredda ed è improbabile che questa situazione possa cambiare, indipendentemente da chi andrà ad occupare la Casa Bianca per i prossimi anni. Con questo quadro è difficile prevedere un reale cambiamento nell’impatto della politica estera statunitense a breve termine. Il pragmatismo economico continuerà a essere il motivo per il rimodellamento delle politiche globali con maggiore concorrenza e confronto.

Se ci spostiamo nel Medio Oriente, è interessante analizzare che la politica statunitense sull’Iran, basata sul contrasto all’influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e Gaza, è stata aggressiva e persistente. Questa strategia mirava a sfruttare le fragilità interne nella struttura del sistema iraniano, sulla base di sanzioni economiche. Anche questa situazione sarà difficile da ribaltare a breve termine, anche con una potenziale amministrazione Biden.

Lo stesso discorso può essere applicato al processo di pace arabo-israeliano, indipendentemente da chi è alla Casa Bianca, poiché il raggiungimento di accordi di pace tra i paesi arabi e Israele sarà sempre promosso come un successo in Medio Oriente.

Sebbene ci siano visioni e approcci differenti per una vera pace tra le relazioni israelo-palestinesi, ciò che conta sul terreno per la politica statunitense oggi è l’idea di raggiungere accordi di pace e allargare il gruppo di alleati per servire la causa più grande: gestire e limitare l’espansione cinese. In pratica, più paesi entreranno a far parte di questo circolo di pace, meno gli stessi palestinesi avranno l’influenza per imporre cambiamenti sul terreno, alla politica o persino all’impegno tattico.

Per rimanere in Medio Oriente, bisogna considerare anche la situazione in Siria e Libano. Questo scacchiere, le sue vicende e le ripercussioni internazionale che ne scaturiscono hanno sempre rappresentato un vero ostacolo per il pragmatismo americano. In questo momento però anche gli israeliani preferiscono mantenere le condizioni attuali per conservare un vantaggio tattico che non era stato mai raggiunto prima.

Un altro attore regionale, la Turchia, potrebbe dover affrontare nuove realtà. In qualità di membro della Nato ai confini dell’Europa, qualsiasi azione politica che indirizzi la sua politica estera, dall’assenza di conflitti con i vicini a situazioni diametralmente opposte, potrebbe non essere sostenibile in futuro.

Potrebbe non essere così difficile, per gli analisti, prevedere quali cambiamenti vedrà il mondo dopo le imminenti elezioni statunitensi. Alcuni sosterranno che le soluzioni politiche, in particolare con l’Iran, hanno maggiori possibilità sotto il presidente Joe Biden, ma non dovrebbero dimenticare che molti paesi, incluso l’Iran, dovranno affrontare con maggiore attenzione le questioni relative ai diritti umani e civili e le libertà personali, sotto un’Amministrazione statunitense.

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