di Franco Failli

Sono mesi che vediamo rappresentato uno spettacolo mediatico che mostra come contrapposti gli interessi sanitari del paese a quelli economici. L’argomento, non privo di buon senso, dei molti che criticano le misure restrittive varate dal governo suona, in sintesi, pressappoco così: è inutile preservare la salute rispetto all’infezione da Covid-19 se poi rimaniamo tutti senza lavoro, l’economia va a gambe all’aria, e in definitiva moriamo di fame e di stenti.

E in effetti per molti settori della nostra economia, gli effetti delle iniziative generate dalla necessità di limitare il diffondersi dalla pandemia sono pesanti. Evidentemente tra i più danneggiati ci sono gli operatori del turismo e dello spettacolo, ma non vanno dimenticate anche categorie meno popolate ma non per questo con meno diritti di essere ricordate, come per esempio tutti quei piccoli esercizi che fornivano servizi agli studenti nelle città universitarie (e non parlo di chi si arricchiva in nero affittando camere a peso d’oro) come le copisterie, o i piccoli ristoratori e i bar in zone residenziali non turistiche, quelle tipiche dove trovano alloggio gli studenti fuori sede. E tante altre. Tutte persone che, nel breve periodo, dovranno essere sostenute attingendo ai famosi fondi europei, e ridisegnando poi, nel lungo periodo, uno scenario economico più sostenibile da tutti i punti di vista.

Detto ciò, però, credo sia utile riflettere anche su un’altra questione: veniamo da un’epoca in cui si è cercato di “razionalizzare” all’osso tutto ciò che rappresenta un costo di manodopera. All’interno di tantissime organizzazioni molte delle mansioni, anche necessarie e cruciali, sono affidate al lavoro di una sola persona. Quando quella persona è in ferie, in malattia o in permesso, si ferma la funzione che essa svolge, in attesa che ritorni. Inoltre chiediamoci come quella persona è arrivata a saper fare, più o meno bene, il suo lavoro. Spesso la risposta è: arrangiandosi. Cioè dandosi da fare in modo autonomo, e spesso quindi poco rapido ed efficiente rispetto al tempo e alla fatica che sarebbero state necessarie se invece si fosse proceduto a formare il personale in modo pianificato e sistematico.

In uno scenario di questo tipo, una pandemia lasciata senza controllo su un territorio, magari alla ricerca della famosa immunità di gregge, avrebbe l’effetto di produrre dei vistosi “buchi” negli organigrammi di tutte le organizzazioni di quel territorio. Buchi che potrebbero privarle di funzioni qualsiasi, di operai come di dirigenti, come di quadri intermedi. Buchi che non potrebbero essere rattoppati in tempi rapidi, visto che la capacità di formare il personale è atrofizzata o assente in gran parte del tessuto produttivo nazionale.

Qual è la percentuale di persone di cui una organizzazione si può privare senza paralizzarsi, considerando che, nella situazione descritta, ogni persona persa è una funzione non più operativa? Non credo che nessuno abbia una risposta certa a questa domanda (e anche qui bisognerebbe chiedersi se invece non sarebbe opportuno cominciare a rendersi conto di quanto si è fragili rispetto ad eventi di tipo pandemico o assimilabili a quelli) ma la risposta sarebbe probabilmente preoccupante.

Si deve poi considerare oltretutto che, come ovvio, le funzioni apicali nelle organizzazioni, quelle svolte dalle persone più difficilmente sostituibili (o del tutto insostituibili), sono svolte dalle persone più anziane. Che nel contesto italiano non vuol dire, come altrove accade, “al lavoro da più tempo” ma proprio anziane anagraficamente: vecchie. E quindi maggiormente a rischio di contagio, e successivo decesso.

Forse allora la prudenza, e quindi le misure restrittive, per quanto scomode e problematiche, non sono in realtà quel cataclisma economico che ci viene rappresentato, ma possono invece essere viste come una reazione che ci tutela anche sul fronte economico, oltre che su quello sanitario.

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