Maria Grazia Vivarelli è un magistrato del Consiglio di Stato. Percepisce circa 170mila euro lordi annui, ma non ha mai varcato la soglia di Palazzo Spada. Per farlo avrebbe dovuto avere il dono dell’ubiquità – al momento non contemplato nemmeno per i magistrati – perché nel maggio del 2019 Vivarelli, allora al Tar Lazio, diventa il capo di gabinetto di Christian Solinas, il presidente della Regione Sardegna. Ricorre pertanto all’istituto del ‘fuori ruolo‘, che permette ai magistrati di assumere incarichi nelle pubbliche amministrazioni e mantenere in contemporanea ogni prerogativa appannaggio delle toghe: stipendio, anzianità di servizio, giorni di malattia. Non basta, perché può anche capitare di ‘incorrere’ in una promozione. Ed è esattamente ciò che è accaduto al magistrato Vivarelli, quando sei mesi dopo aver preso servizio ai piani alti della Regione, a novembre 2019 viene nominata consigliere di Stato “a condizione che comunichi il rientro dalla posizione di fuori ruolo entro 30 giorni”, si legge nel notiziario del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Insomma, il magistrato deve scegliere: Regione Sardegna o Consiglio di Stato. Due mesi dopo però, qualcosa cambia: a gennaio 2020 la nomina a consigliere di Stato viene confermata “con decorrenza giuridica dal 22 novembre 2019” e soprattutto “permanendo in posizione di fuori ruolo“. Dunque Vivarelli rimane in Regione e continua a percepire il compenso da magistrato.

E visto che l’incarico di capo di gabinetto non è gratuito, i 170mila annui accreditati sul conto corrente di Vivarelli dal Consiglio di Stato si cumulano con i 43mila euro lordi annui corrisposti dalla Regione. L’importo in verità potrebbe andare ben oltre i 100mila euro, quanto un direttore generale, ma le norme dicono che per il nuovo incarico il magistrato non può ottenere più del 25 per cento dello stipendio del Tar o del Consiglio di Stato. “Ma guardi, io sono in perdita con 43mila euro lordi l’anno, che alla fine diventano circa 20mila netti – dice la giudice Vivarelli – perché tra voli aerei, bollette, affitto di casa e noleggio auto… Non è proprio agevole. Magari stando a Roma, riuscirei a mettere qualcosa in tasca. Penso che il tetto del 25 per cento sia un buon compromesso, non siamo a zero euro ma nemmeno ci si arricchisce. Alla fine si fa perché è un’esperienza, per visibilità. Io stimo molto il presidente Solinas e penso che la cosa sia reciproca. Credo che mi abbia chiamato perché voleva una persona esterna alle logiche interne, una persona disinteressata alle logiche sarde, di partito”. E aggiunge: “In ogni caso, la Regione risparmia, perché anziché pagarmi come un direttore generale, mi paga 43mila euro“.

Chi non risparmia è lo Stato, che corrisponde 170mila euro l’anno a un magistrato del Consiglio di Stato che fa un altro lavoro. “Sì, certo, la Regione avrebbe potuto anche prendere un capo di gabinetto con una qualifica inferiore e pagare meno. Però non siamo tutti allo stesso livello. Il consigliere di Stato è il livello più alto che c’è nell’amministrazione, e la Regione paga solo il 25 per cento. E poi io non posso rinunciare agli emolumenti da magistrato. Non lo posso proprio fare, per legge”. Tralasciando il record di ordinanze firmate da Solinas e impugnate dal governo perché ritenute incostituzionali, quando si domandano a Vivarelli i precisi riferimenti normativi che le impediscono di rinunciare agli emolumenti del Consiglio di Stato, al posto di articoli e commi la magistrata risponde: “Come può un lavoratore subordinato rinunciare allo stipendio che costituisce un elemento essenziale del rapporto di lavoro? Eventualmente può regalarlo ai figli o ai poveri ma non è ovviamente rinunciabile. Non penso che lei possa decidere di fare il giornalista a titolo gratuito. Se non vuole lo stipendio lo può regalare a chi vuole. I riferimenti sono dati dalla tipicità del rapporto di lavoro: prestazione verso retribuzione”.

A risolvere l’arcano, su precisa richiesta del fattoquotidiano.it, ci pensa direttamente il Consiglio di Stato. “In caso di fuori ruolo il magistrato può optare per il mantenimento della retribuzione maturata presso la giustizia amministrativa (in questo caso il Consiglio di Stato, ndr) o rinunciarvi per percepire quella della nuova amministrazione presso cui presta servizio in fuori ruolo”. In quest’ultimo caso, la retribuzione non verrebbe decurtata al 25 per cento ma di certo non arriverebbe ai 210mila euro attualmente percepiti da Vivarelli. Che in effetti non è certo una mosca bianca: “Attualmente, su 17 magistrati amministrativi fuori ruolo – fa sapere sempre il Consiglio di Stato – due hanno rinunciato agli emolumenti dell’amministrazione di provenienza”, ovvero Tar e Consiglio di Stato. Pochini, insomma, ma comunque uno in più rispetto al 2010, quando Report raccontò il caso di Nicola D’Angelo, magistrato del Tar fuori ruolo nominato commissario dell’Agcom: era l’unico, tra tutti i togati fuori ruolo, ad aver rinunciato allo stipendio del Tribunale amministrativo, vale a dire “circa 7mila euro al mese“. E già da allora qualche magistrato, peraltro del Tar Lazio, faceva notare le storture del ‘fuori ruolo’: “Intanto la struttura dovrebbe promuovere qualcuno che deve svolgere l’attività per la quale è stato promosso, a vantaggio dell’istituzione – faceva notare la presidente di sezione Linda Sandulli – Invece no, viene promosso e rimane esattamente dove sta”. E ancora: “Colui che rimane in servizio e fa soltanto il giudice, si sobbarca in parte l’onere del lavoro di chi è fuori ruolo e in aggiunta prende anche di meno. Che è un non senso, un non senso! Secondo me una soluzione che è addirittura banale, ovvia, è quella per cui si paga una persona per il lavoro che svolge”. Una soluzione talmente banale che la si attende da dieci anni.

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