La notizia è drammaticamente nota. Una donna decide di interrompere una gravidanza, sceglie di non seppellire il feto e men che meno di vederne associata la sepoltura al nome. A distanza di mesi la scoperta: il feto è stato seppellito nel cimitero romano di Prima Porta sotto una croce che reca il suo nome e il suo cognome.

Qualcosa evidentemente – anche se è troppo presto per identificare responsabilità – nel rapporto tra la struttura presso la quale ha proceduto all’interruzione di gravidanza, la Asl competente, il cimitero e l’Ama che ha poi proceduto alla sepoltura è andato storto. E, peraltro, è legittimo il sospetto che non si tratti neppure di un caso isolato.

La vicenda è disumana nel senso letterale del termine. Certo, il rispetto delle regole in materia di protezione della privacy da parte dei diversi soggetti coinvolti avrebbe evitato il prodursi di un epilogo tanto atroce e su tali violazioni occorrerà far luce, anche per capire se episodi analoghi siano già avvenuti e per scongiurare il rischio che possano avvenire di nuovo.

E certo la disciplina sulla privacy, che è innanzitutto presidio di umanità anche in un contesto sociale nel quale l’umanità sembra divenuta un valore perduto, non consente che una donna, senza alcun consenso – e, anzi, parrebbe, in presenza di un suo dissenso – possa ritrovare il suo nome e cognome associato alla sepoltura di un feto sotto una croce simbolo di una religione nella quale non si riconosce.

Ma ciò che, probabilmente, sorprende di più in questa vicenda è la circostanza che né il comune senso di umanità, né il rispetto dell’altrui dolore, né il buon senso, né nessun altro sentimento umano abbiano fatto sorgere almeno il ragionevole dubbio che ciò a cui si stava procedendo – anche a prescindere dalla conoscenza delle regole – avrebbe potuto produrre dolore a chi, evidentemente, ne aveva appena vissuto e avrebbe travolto la libera scelta di una donna in relazione a uno dei momenti più personali, più intimi, più unici della sua esistenza.

La disciplina sulla privacy per fortuna esiste, ma davanti a un episodio del genere viene da chiedersi se sia necessaria davvero una legge per vietare che tragedie dell’umanità di questo genere si verifichino o se non dovrebbe bastare la cultura del rispetto del prossimo e l’umanità che non dovrebbe mai restare travolta in un procedimento amministrativo non importa quanto seriale, ripetitivo o ricorrente.

Prima che una questione di diritto, quella che questa vicenda ci impone di affrontare con urgenza è una questione di umanità, di civiltà, di cultura e di educazione al rispetto delle libertà; innanzitutto, in questo caso, quella di una donna a scegliere di non doversi mai trovare davanti a una croce che porta il suo nome sulla sepoltura di un feto dal quale ha liberamente scelto di separarsi nel rispetto delle regole che il suo Paese si è dato.

Davanti a questa libera scelta, le opinioni, le morali, le coscienze di ciascuno di noi devono fare un passo indietro e ciascuno di noi ha un unico obbligo morale prima ancora che giuridico: quello del rispetto dell’altrui libertà.

In fondo quel diritto alla privacy così di frequente associato a questioni diverse fino a farne perdere di vista il patrimonio genetico primo è anche e, anzi, soprattutto questo: il presidio ultimo dell’intimità delle scelte che segnano di più la nostra esistenza e danno vita alla nostra umanità.

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