L’aveva detto il direttore artistico Alberto Barbera che il nuovo film di Salvatore Mereu “avrebbe meritato il concorso ufficiale”. A vision fatta viene da chiedersi il motivo per cui non l’abbia inserito nella corsa al Leone d’Oro (cinque italiani troppi? Magari uno tra i visti era veramente “di troppo”..) perché Assandira contiene davvero del grande cinema. E, a detta del regista stesso, “raccoglie tutti i miei precedenti film”. Collocato purtroppo nel fuori concorso, trova alla sua base l’omonimo romanzo di Giulio Angioni – a cui liberamente si ispira – mentre al suo cuore uno sguardo potente capace di rappresentare l’essenza del peccato originale.

Assandira “una parola antica che c’è sempre stata” è un luogo (meta)fisico (un ovile con casale nel cuore della Sardegna) che dalla purezza di un Eden arcaico muta in un inferno senza speranza. In esso si muovono tre personaggi diversamente legati i cui destini si condizionano reciprocamente seguendo pulsioni ruvide come il granito della magnifica isola che offre l’ambientazione. Film di generi contaminato (noir, melodramma, thriller..) si avvale di un protagonista eccezionale come Gavino Ledda, corpo e voce over di straordinaria peculiarità che lo stesso Mereu inizialmente temeva potesse “essere troppo ingombrante”. Invece il mitico ex pastore diventato glottologo-scrittore, nonché autore di Padre Padrone, è risultato una scelta naturale nei panni del vecchio Costantino, il pastore per antonomasia, portatore dei segni di una saggezza intrinseca ma troppo “innocente” per non cedere all’inganno. A circuirlo è suo figlio Mario ma soprattutto la biondissima e la “giunonica” nuora tedesca, Grete (la notevole Anna König), una valchiria arrivata ad Assandira con il preciso obiettivo di trasformarla in un agriturismo “etnografico”, in altre parole un parco tematico per turisti bifolchi dove le sacre tradizioni della Sardegna rurale mutano in spettacoli, travestimenti, giochi di bassa lega. Per quanto Costantino, che chiaramente vibra all’unisono con lo spirito di Gavino Ledda, intuisca la stortura di fondo (“a me lo vengono a dire cosa vuol dire giocare a fare il pastore..”) il Male si traveste da Bene portandosi appresso l’inevitabile deflagrazione.

Storia profondamente sarda ma altrettanto universale per l’arcaicità in cui affonda, offre stratificazione interpretativa per l’abbondanza di simboli (mai retorici perché ben usati) messi in e fuori campo, mentre denuncia con intelligenza il paradosso dell’ambivalenza propria della Storia: l’inesorabile progresso e la sua ineludibile ciclicità. E l’umanità, questo miracolo misterioso fatto di materia e spirito, ne esce vittima e carnefice, portatrice (in)sana di quel Peccato ab origine che troverà sempre un’Assandira da corrompere. Il film uscirà prossimamente nelle sale distribuito da Lucky Red.

A far da eco coerente al magnifico testo di Salvatore Mereu c’è fuori concorso al Lido il piccolo/grande cortometraggio di Alice Rohrwacher, Omelia contadina. Definito dalla regista stessa quale “azione cinematografica” (un genere che sa di fantastico come il cinema tutto di Rohrwacher), si sostanzia in un vero e proprio requiem all’agricoltura contadina: dall’alto una videocamera riprende delle gigantografie umane stilizzate trasportate a mano quali feretri da seppellire. Il rito funebre, accompagnato da banda popolare, è destinato a interrare le due sagome all’interno di grandi campi coltivati, mentre delle voci si alternano nel pronunciare le esequie. La preghiera laica che denuncia i veri killer dell’agricoltura contadina ha però una chiusa geniale: “ci avete seppelliti ma non sapevate che eravamo semi!”. Pastori e agricoltori, almeno in questo grande cinema “umanista”, sono salvi.

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