La campagna del ministero della Salute per la somministrazione dei test sierologici ai docenti e a tutto il personale della scuola è ufficialmente partita il 24 agosto. Ma molti maestri, professori e bidelli non hanno potuto fare l’esame perché i medici non hanno ancora ricevuto i kit. Non solo. L’idea del governo di affidare ai medici di base lo screening non è andata come previsto perché in molte realtà i dottori non hanno dato la loro disponibilità. Così, al momento della prenotazione, i pazienti si sono ritrovati con il cerino in mano. E hanno dovuto ripiegare sull’Asl di competenza.

E’ il caso della professoressa Cecilia Alessandrini: “La settimana scorsa la mia scuola – spiega la docente – ha inviato una circolare dove invitava tutti i docenti a fare il test sierologico ribadendo che è volontario ma consigliato. Nella circolare si specificava che i test sarebbero stati eseguiti dai medici di base previo appuntamento da prendere dal 24 agosto in poi. Poi sempre la scuola ci gira l’e-mail di Arcuri a tutti i docenti affinché, per il bene di tutta la comunità scolastica, facciano il test sierologico. Stamattina chiamo la mia dottoressa di base che mi dice che l’adesione alla campagna per i medici di base è volontaria e che lei non ha aderito e non ha kit, dunque niente appuntamento per il test”. Una situazione con la quale hanno dovuto fare i conti molti docenti. Nella provincia di Pordenone, ad esempio, su 200 medici di base solo novanta hanno aderito. In Lombardia ha dato disponibilità solo il 2% dei medici.

Intanto i dottori che si erano messi a disposizione si sono ritrovati senza kit. L’allarme lanciato su Ilfattoquotidiano.it dal presidente della Federazione dei medici di medicina generale Giacomo Caudo non è bastato: “Oggi – spiega Caudo – è stata una partenza a macchia di leopardo. Purtroppo in molte zone d’Italia i kit non sono arrivati. Son convinto che si tratti di un problema di distribuzione tra le Asl e i distretti, ma non possiamo pensare che i dottori si vadano a prendere il materiale necessario facendo chilometri a spese loro”. Parole condivise da Domenico Crisarà, vice segretario della Fimmg: “E’ importante anche poter contare su una organizzazione efficace. Ovviamente a partire dalla distribuzione dei test: molti colleghi hanno cominciato a chiederli alle strutture di riferimento venerdì senza trovarli. Sarebbe poi utile, nelle zone più disagiate, fare arrivare i kit direttamente ai medici”.

La macchina organizzativa deve essere ottimizzata: “Al momento – continua Crisarà – ci sono dettagli da regolare che, però, possono fare la differenza”. Un piccolo esempio. Il kit, che permette di avere una risposta in sette minuti con l’analisi del sangue prelevato dal dito, è fatto da pochi pezzi: la “saponetta” (il supporto per l’analisi), il reagente, il capillare (una pipetta che estrae il sangue dal dito), il pungidito. “In alcuni casi – spiega il rappresentante sindacale – questa mattina non erano disponibili i capillari. Una stupidaggine, ma questo non permette di partire con i test”. Sulla questione interviene anche Pina Onotri del Sindacato dei medici italiani: “Da sempre abbiamo ribadito la volontarietà dei medici che logisticamente possono fare i test solo con le dovute tutele e disposizioni di sanificazione. Avremmo preferito andare noi nelle scuole o nelle Asl”.

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