A otto anni Marisa Laurito era una bambina determinatissima e decise tre cose: che avrebbe fatto l’attrice, che avrebbe portato lo cignon morbido e che avrebbe sfidato per sempre la noia. Sessant’anni e qualche curva della vita dopo, si guarda allo specchio soddisfatta – stessa determinazione e stessa acconciatura – per aver centrato tutti e tre gli obiettivi. “Ho fatto di tutto pur di non annoiarmi e realizzare i miei sogni. Ora sono pure direttrice di un teatro”, racconta a Ilfattoquotidiano.it sfogliando con ironia e qualche punta di malinconia l’album dei ricordi.

Se lo ricorda il momento esatto in cui ha pensato: “Da grande farò l’attrice”.
Sì, con una chiarezza estrema: avevo otto anni, nella mia cameretta cantavo a squarciagola e pensavo che il mio futuro sarebbe stato sul palco. Avevo una determinazione assoluta: volevo fare l’attrice a tutti i costi.

E suo padre che diceva?
Voleva che studiassi, che avessi una famiglia e dei figli. Era l’epoca in cui gli uomini decidevano le sorti della casa. Ma se mio padre non fosse stato così determinato, non avrei trovato la spinta per ribellarmi e realizzarmi.

Figli non ne ha mai voluti: perché?
Ho scelto la strada dell’arte e penso che un artista debba essere libero. Quando metti al mondo figlio, devi essere conscio che richiede un impegno emotivo e un tempo che io non avrei potuto garantirgli.

Che bambina era?
Triste, perché mi annoiavo molto. Venivamo dal dopoguerra, era un momento bello e di ricostruzione ma la mia non era una famiglia ricca e i mezzi erano pochi. Da quel momento ho imparato a odiare la noia.

Era un’adolescente ribelle?
La ribellione è stata fondamentale. Ma le regole di mio papà, che era politicamente impegnato, erano stringenti: tornavo da scuola, studiavo e poi mi costringeva ad andare alla sede del Pci a insegnare agli operai a leggere e scrivere. Avevo 16 anni e detestavo tutto. Oggi però capisco che se papà non mi avesse impartito quella disciplina, non avrei fatto la carriera che ho fatto.

Da mamma invece ha ereditato la passione per la pittura.
O forse da un mio prozio, il pittore Salvatore Maldarelli, i cui quadri sono esposti in diversi musei. Mamma era una concertista ma come tutte le donne dell’epoca, non poteva esibirsi. Aveva un negozio e ogni tanto dipingeva: mi spinse a seguire la sua passione perché intuì che ero portata per la pittura. Così mi ritrovai a vendere qualche crosta per poche lire ai turisti e con quei soldi mi pagavo le lezioni di recitazione che facevo di nascosto.

Non tutti sanno che oggi la pittura è il suo secondo lavoro. Quando ha fatto il grande salto?Un’amica critica d’arte venne a casa mia e vide le mie opere. “Di chi sono?”, mi chiese. Io rispondevo a tutti: “Di una pittrice araba”, perché non m’interessavano i complimenti forzati. Quando le rivelai che erano quadri miei, mi convinse a fare una mostra: la feci per gioco, ebbi fortuna e un discreto successo.

Cosa dipinge?
Quadri figurativi, ritratti. Ma mi piace raccontare attraverso la pittura temi come lo sfruttamento del pianeta e la terra dei fuochi, su cui ho realizzato la mostra fotografica Transavant-garbage: terre dei fuochi e di nessuno. Ciò che non riesco a esprimere attraverso il teatro, lo faccio con i quadri e la scultura.

Quanto sono quotate le sue opere?
Dipende della richiesta, dall’acquisto, dalle valutazioni. È un settore complicato.

Il suo cognome è un valore aggiunto?
Non credo. Anzi, può essere che mi penalizzi.

Espose anche alla Biennale di Venezia e non mancarono le polemiche.
M’invitò il critico Daniele Radini Tedeschi e accettai. Oltre a me c’erano Romina Power, Jacopo Fo e Franco Nero. Furono polemiche sciocche: va giudicata la qualità delle opere, non il nome. Nel mondo dell’arte c’è un po’ d’imbecillità e chiusura mentale. Ma accade ovunque, anche a teatro.

A proposito di teatro: cos’è per lei il palco?
Il posto in cui sono tranquilla. Salgo e sono serena. La preoccupazione e la paura di non essere all’altezza non passano mai ma dopo quarant’anni recitare è una cosa che mi rende ancora felice.

Qual è la domanda più ricorrente che le fanno quando la fermano per strada?
Mi chiedono: “Quando ritorni in tv?”.

E lei cosa risponde?
“Appena mi offrono qualcosa”. In realtà mi offrono un sacco di cose che non m’interessano.

A cominciare dai reality.
Tutti e in tutte le forme, da opinionista a concorrente.

Perché da detto no ad Amici Celebrites?
Perché non mi piace la modalità della gara, la trovo irritante. Sono una professionista: un conto è fare spettacolo, un altro è gareggiare. E poi detesto il brivido blu di suspense per capire chi ha vinto: lo trovo stupido.

Com’è la tv di oggi?
Scadente. Ci sono poche idee, non c’è la voglia di azzardare come negli anni ’80 e ’90. Si lavorava, si provava, s’ideavano cose che restavano nel tempo. Oggi è tutto cotto e mangiato. Non mi ci trovo più.

Con Arbore e Quelli della notte è entrata negli annali della tv.
Incontrare Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo è stata la grande fortuna della mia vita: oltre ad essere artisti straordinari, sono esseri umani specialissimi. Con Renzo abbiamo visto il successo di Quelli della notte esploderci tra le mani: all’inizio la riposta del pubblico fu tiepida, in poche settimane divenne un cult. La gente ancora oggi mi chiede se è davvero mio cugino e se abbiamo avuto una storia. Né l’una né l’altra cosa sono vere.

Poi fece Fantastico con Adriano Celentano, passato alla storia per i suoi silenzi e le polemiche.
Ho un ricordo straordinario di quel Fantastico, anche se Adriano una volta mi chiuse per un’ora e mezza in una camera dell’Hilton e non voleva liberarmi. Celentano è un artista puro, particolare, è un ribelle, non si lascia dirigere. Un artista così dev’essere così: anarchico.

A proposito d’imprevedibilità: lavorare con Gianni Boncompagni com’era?
Complicato. La sua tv era creativa e folle ma lui era un minimalista: quando le cose funzionavano, non si cambiava e si replicavano all’infinito. Per me che ero abituata alla tv sperimentale di Arbore e a rifuggire la noia, era difficile. Gianni amava il cinismo, l’ironia, era un personaggio speciale ma avevamo due modi di diversi di vedere la tv.

Con quella Domenica In vinse anche un Telegatto.
E mi pento di non aver accettato di rifarla. Lo schema di noi della banda di Arbore era: “Fai una cosa ma anche se ha successo, volta pagina”. Ho sbagliato a non cavalcare quell’onda.

Nello stesso anno, 1989, andò a Sanremo come concorrente. Lo sa che Il babà è una cosa seria è un cult?
La vigilia di quel Sanremo fu un disastro. Avrei dovuto cantare in coppia con Renato Carosone una canzone che Riccardo Pazzaglia aveva scritto per noi: ebbero uno scazzo sull’ideologia testo della canzone e dopo una serie di liti furibonde, si ruppe la coppia e rimasi da sola.

Cosa accadde?
All’ultimo venne fuori questa Il babà è una cosa seria, una canzone surreale. Mi divertii molto. Ancora oggi quando faccio degli spettacoli dal vivo me la chiedono.

Aveva 21 anni quando s’intrufolò a teatro e ottenne un’audizione con Eduardo De Filippo. Cosa vide in lei e perché la scelse?
Non credo chissà quale talento. Eduardo era molto concreto, sceglieva l’attore che gli sembrava più valido per un ruolo. Io gli sembrai giusta per interpretare una balia di campagna ma la erre moscia non andava bene perché era una caratterizzazione da nobili.

Come rimediò?
Andammo in camerino, prese il copione e tolse le parole con la erre: serramento divenne maniglia, troppo lo cambiò con eccessivo e via dicendo. Evidentemente gli ero piaciuta come attrice, sennò non avrebbe perso tempo.

È vero che per togliere il rotacismo ricorse a un vibratore?
Ho fatto di tutto, andai da diversi logopedisti fino a quando uno mi disse che il problema era la punta della lingua non vibrava. Dovevo esercitarmi con un macchinario molto costoso, che non potevo permettermi, così la dottoressa mi disse: “Può comprare un vibratore”. La ricerca fu lunga e siccome m’imbarazzavo, lo feci acquistare da un amico. Non lo usai mai perché vivevo ancora a casa con i miei e avevo paura di essere beccata.

Come reagì invece la sua famiglia quando arrivò a casa con il contratto firmato?
(ride) Scoppiò il putiferio. In particolare papà – che faceva l’operaio ferroviario – era strenuamente contrario. Ma ero maggiorenne, non poteva opporsi.

Gli anni con De Filippo come furono?
Era come andare a scuola. Ho fatto la gavetta, ruoli piccoli poi sempre più grandi. È la palestra nella quale ho imparato tutto: la consacrazione arrivò con i primi sceneggiati in tv e con un ruolo importante in Gli esami non finiscono mai. Lì fui notata e arrivarono i ruoli al cinema, a cominciare da quelli con Corbucci.

I grandi incontri della sua vita?
C’era un tavolo sociale all’Augustea, vicino Piazza Imperatore, alla quale ero invitata e nel quale cenai con i più grandi, da Scola a Monica Vitti, da Monicelli alla Wertmüller e Fellini. Si parlava, si litigava, si discuteva di politica e cultura. Fu una formazione importantissima.

Con Fellini qualche anno prima la combinò grossa.
Volevo farmi notare. Così mi appostai davanti a Cinecittà, studiai i suoi spostamenti: quando scattò il semaforo verde mi lanciai contro la sua macchina, caddi a terra e feci finta di non riprendermi. Quando lui e il suo autista scesero per soccorrermi, io balzai in piedi: “Sono o no un’attrice drammatica?”. Lui scoppiò a ridere ma quel teatrino non mi fece ottenere nemmeno un provino.

Luciano De Crescenzo cos’ha rappresentato?
Siamo stati una famiglia, abbiamo trascorso tutti i natali assieme. Mi manca molto, è stato un fratello.

Poche settimane fa si è scagliata contro Severino Nappi, candidato della Lega alle regionali in Campania, che nel suo manifesto elettorale ha utilizzato il volto e una frase di De Crescenzo.
È una cosa ignobile accostare una persona che non c’è più al simbolo di partito. Lo trovo volgare e di una pochezza umana totale. Luciano, che era libero dalla politica, l’avrebbe fatta levare immediatamente e non ci avrebbe ironizzato troppo. Per altro la Lega ne ha dette di ogni contro noi terroni, come si fa a dimenticarsene? Questo Nappi o non ha letto De Crescenzo o se l’ha letto non ha capito nulla.

Lei è mai stata corteggiata dalla politica?
Ogni volta che c’è un’elezione mi chiedono di candidarmi, anche per le prossime regionali. Mi espongo, mi piace, ma ho sempre detto no: per me la politica è una cosa seria e la devono fare le persone competenti.

A proposito della sua città: le piace l’immagine che viene fuori da programmi come Il castello delle cerimonie o da Real housewives di Napoli?
No, assolutamente. Per altro non rappresentano per nulla Napoli, sono solo l’immagine che un certo sottobosco tremendo vuole dare. Ma se è per questo, non apprezzo neppure la serie Gomorra.

Perché?
Perché ha fatto un danno inenarrabile a Napoli: ha messo un marchio terribile sulla città, lo spunto è tristemente reale ma è stato romanzato e ingigantito. Pochi giorni fa cenavo con degli stranieri che mi chiedevano se Napoli fosse la sede della camorra: è un’immagine stereotipata, quando la verità è che la corruzione e il malaffare sono endemici in Italia e che il centro della malavita ora è al nord. I mafiosi vanno dove ci sono i soldi.

Cos’è per lei Napoli?
Una città con un’anima profonda, seduta su un tesoretto di cultura che va valorizzato ancora meglio.

Lei ci sta provando a farlo da direttore del Teatro Trianon.
Hanno scelto il mio progetto e l’ho fatto diventare uno stabile della canzone napoletana, che mancava in città: è un tempio della canzone, con tanto di museo virtuale realizzato dallo Scabec, per il quale ringrazio il presidente Bottiglieri e Pasquale Scialò. Dentro c’è spazio per tutto, dall’opera buffa alla villanella, dal pop alla melodica che il signor Arbore ha portato nel mondo. Ho preparato una programmazione molto bella, con grandi nomi, e speriamo che il Covid ci faccia lavorare.

Com’è la situazione per i teatri italiani?
Gravissima. Ma non voglio dare colpe a nessuno perché non è il momento giusto. Il Governatore De Luca per fortuna è attento alla cultura ma a livello nazionale mancano gli aiuti al teatro e allo spettacolo, una scelta miope visto quello che dà sia a livello culturale sia in termini economici. Così i teatri privati non possono farcela, il Governo deve intervenire altrimenti è un settore che morirà.

Tornando a lei: il grande ruolo che le manca?
Mi piacerebbe girare una serie tv in un ruolo totalmente inedito per me. Vorrei essere una donna contemporanea, forte e determinata. Ma non mi chiamano mai.

Ha lo stesso look da sempre: la sua è una scelta strategica?

No, puramente estetica perché mi sento bene. A otto anni avevo le trecce, le sciolsi e mi pettinai in questo modo. “Togliti questa pettinatura da cocotte!”, mi urlò mia mamma. Ho tentato di cambiare look ma senza cignon non mi piaccio.

A proposito di estetica: quando fece la testimonial di Slim fast quanti chili perse?
Per contratto dovetti perdere dieci chili. Fui strapagata, la pubblicità ebbe un successo clamoroso e loro guadagnarono molto. Andò così bene che mi diedero persino un bonus non previsto: ebbi l’idea di mettere un piatto di spaghetti alla fine dello spot – perché con quella dieta davvero si poteva mangiare la pasta – e litigai a morte perché non volevano farmelo fare. Alla fine risultò la chiave vincente.

C’è un suo lato inedito che il pubblico non conosce?
Sono anarchica, una ribelle come tutti i napoletani. È difficile farmi fare delle cose che non voglio. Devo essere convinta perché, ripeto, detesto la noia.

La sua vera trasgressione?
Ancora devo farla. Forse sposarmi a ottant’anni con il mio compagno. Ma per quello manca ancora un po’ di tempo.

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