In questi mesi l’analisi dei benefici e dei costi per i lavoratori dello smart working è diventata tema quotidiano. Certamente a ragione, visto che questa forma di lavoro ha improvvisamente cambiato la vita a milioni di italiani che mai si erano confrontati con questa modalità (o lo avevano fatto al massimo un giorno a settimana, a differenza di altri Paesi dove lo smart working è realtà diffusa da anni).

All’interno di questo macrotema ce n’è un altro altrettanto fondamentale, ovvero quello del rapporto tra lavoratrici e smart working, che porta con sé la domanda fondamentale se lo smart working sia, o meno, uno strumento di conciliazione, se cioè aiuti le donne a vivere meglio la complicata relazione tra famiglia – o più correttamente vita – e lavoro oppure no.

Se ne è parlato anche al meeting di Rimini in questi giorni, dove il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha lanciato l’allarme dei lavoratori scoraggiati. Quelli che, cioè, non cercano più lavoro, per lo più giovani, per lo più ex precari. Ma si è parlato, anche di divario di genere e smart working, e non sono stati pochi i manager, chiamati a dire la loro, che hanno lanciato l’allarme sul fatto che lo smart working aumenti questo divario, peggiori cioè la vita e la socialità delle donne, come hanno sottolineato lo stesso Blangiardo e Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo.

Molti sono stati, d’altra parte, gli allarmi in tal senso in questi mesi: lo smart working femminile si sarebbe trasformato, secondo molti, in un “extreme working“, portando con sé, tra l’altro, il cosiddetto “effetto gabbia” per le donne. Il problema fondamentale di questo ragionamenti è soprattutto uno: e cioè che avvengono oggi, riflettendo su quanto accaduto ai tempi del covid-19. Ma i mesi che abbiamo alle spalle non sono mesi di vero smart working. Sono stati “altro” e cioè obbligo di lavorare da casa in un momento in cui:
1) Le scuole erano chiuse;
2) Aiuti familiari come baby sitter e aiuti per le pulizie restavano fermi anche loro, creando un mostruoso carico di cura finito principalmente sulle spalle delle donne, lavoratrici e non.

Tutto ciò ha portato con sé enormi storture che non hanno fatto che aggravare i problemi di sempre: non solo il maggiore carico di faccende domestiche per le donne, ma anche la decisione di lavorare meno, lasciando magari un lavoro scarsamente pagato o precario, ma a volte anche un lavoro vero, e magari finendo, appunto, nella lista degli scoraggiati, specie per le donne giovani e senza ancora una carriera forte. E magari con uno o due figli piccoli (non ne servono tre, come sembrerebbe pensare l’amministratore Profumo nel suo intervento, per finire “in gabbia”).

Il problema, insomma, non è lo smart working, ma la scuola che manca, il tempo pieno che non c’è ovunque, gli asili nido che sono troppo pochi e troppo cari, i soldi che non ci sono per pagare aiuti domestici e baby sitter. Questo zoccolo di aiuti, che dovrebbero in buona parte arrivare se il Family Act non rimarrà sulla carta, è la condizione della libertà femminile, in qualsiasi modo si lavori.

Se c’è una scuola aperta (non più scontato) e che funziona, se ci sono aiuti sostanziosi, se il partner uomo fa la sua parte allora si può cominciare a ragionare sui vantaggi dello smart working. Per scoprire che, forse, sì, si tratta di uno strumento formidabile per una migliore conciliazione e anche per una maggiore felicità. Anzitutto, perché i costi e la fatica e il tempo dello spostamento vengono tagliati, e questo consente di recuperare tempo prezioso.

In secondo luogo, perché lavorare da casa potrebbe aiutare le donne, spesso insicure, a mettere comunque una sorta di separazione emotiva tra sé e il lavoro che consente di diminuire ansia e stress.

Ma soprattutto, in terzo luogo, lo smart working potrebbe permettere di recuperare un altro tipo di socialità alternativa rispetto all’ufficio. Certo che vedere i colleghi può essere piacevole e anche utile a livello emotivo e umano, ma c’è socialità e socialità. Specie nelle piccole aziende, può capitare di lavorare da soli o comunque con pochissime persone. Mentre recuperare tempo significa magari poter riuscire a chiamare una persona che non si sente da mesi o anni.

Basta fare un breve sondaggio tra chi lavora e ha figli per capire come la vita sociale di queste persone sia ridotta praticamente a zero rispetto a quella delle persone non sposate e questo spiega anche perché talvolta si riscontra maggior felicità tra chi non è sposato che tra le donne che lo sono. Quelle due ore recuperate magari dallo spostamento in macchina o con i mezzi, specie nelle grandi città, potrebbero rappresentare lo spazio per quello che ho sempre chiamato il “terzo tempo” delle donne, che quasi mai viene riconosciuto, come se l’unica nostra esistenza fosse la conciliazione tra lavoro e famiglia.

Il “terzo tempo” non è il lavoro, né la famiglia, ma tutto ciò che esula da questo e che non è, come spesso si scrive in maniera stereotipata, solo il tè con le amiche o il parrucchiere, ma uno spazio per dare voce ai propri desideri, qualunque essi siano.

Infine, che se ne parli in relazione alle donne o agli uomini, e come ho già scritto diverse volte su questo giornale, non si può parlare di smart working senza sottolineare i benefici per l’ambiente. Da giornalista che si occupa di clima, purtroppo so che pochissimo si sta facendo per fermare l’inarrestabile crescita delle emissioni di CO2. Il lavoro agile è invece uno strumento abbastanza potente in questo senso, se applicato a tappeto e in maniera massiccia, laddove ovviamente possibile.

Non è vero che uccide l’economia, semplicemente la sposta in zone diverse, magari meno centrali, come cambia il mercato immobiliare, facendo crescere il valore le case fuori rispetto a quelle delle sempre più afose e invivibili di città. Bisogna cominciare a dire che oltre la conciliazione tra vita e lavoro esiste anche un’altra, importante, conciliazione, quella tra lavoro e ambiente. Lo smart working rende questo accordo possibile senza toglierci nulla, quindi difficilmente può essere criticato persino da coloro che non accettano misure ambientali se incompatibili con la crescita, figuriamoci dagli altri.

Io credo che se alle donne, così attente alla salute dei loro figli e preoccupate delle minacce verso di essa, si spiega con chiarezza anche questo ulteriore beneficio, visti peraltro i rischi che corriamo, la loro opinione non potrà che essere ancora più a favore dello smart working. Ripeto, a patto che non si tratti di altro, ovvero lavoro d’ufficio fatto a casa a cui si cumula tutto il resto, in assenza totale di quegli aiuti che dovrebbero essere normali e ovvi per tutti coloro – uomini e donne – che lavorano e hanno dei figli.

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