L’ultimo comune in ordine di tempo è stato Reggio Calabria. Con una delibera dello scorso 6 luglio il sindaco del Partito democratico Giuseppe Falcomatà ha sospeso l’installazione delle antenne 5G in città. Prima di lui oltre 200 amministratori locali avevano firmato provvedimenti simili per interrompere le attivazioni delle reti di nuova generazione, quelle che apriranno la strada al cosiddetto “Internet delle Cose”, in cui sono i vari dispositivi a comunicare direttamente tra loro. Alla base un presunto rischio per la salute, anche se in una recente audizione in Parlamento l’Istituto superiore di sanità ha escluso che le antenne possano causare effetti negativi. La lista di questi comuni si è allungata a dismisura nell’ultimo anno e in particolare durante la pandemia, ma ora è destinata a interrompersi: con un emendamento inserito nel decreto Semplificazioni il governo ha di fatto tolto ai primi cittadini la possibilità di bloccare le installazioni in maniera generalizzata.

La norma va a modificare l’articolo 8 della legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici. Da una parte viene meno la possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione di stazioni radio in aree generalizzate del territorio, dall’altra si vieta “di incidere sui limiti di esposizione, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità con provvedimenti contingibili e urgenti”. Come, appunto, le ordinanze. La decisione ha spiazzato i sindaci e lasciato senza risposte i tanti cittadini che avevano espresso preoccupazione per i possibili danni per la salute. In realtà l’Istituto Superiore di Sanità ha una sua posizione sul tema. Lo scorso 26 febbraio, in audizione alla Commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera, il maggior esperto dell’Iss per quanto riguarda gli effetti dei campi elettromagnetici sulla salute, Alessandro Polichetti, ha affermato che “le nuove tecnologie di telecomunicazione 5G non porranno prevedibilmente nessun problema di salute”.

Un margine di incertezza però rimane ed è a quello che si erano appellati i sindaci che hanno prodotto le ordinanze. I primi provvedimenti risalgono alla primavera del 2019, dopo il meeting nazionale organizzato dal comitato ‘Alleanza italiana stop 5G’. Subito si sono attivati i piccoli centri, poi sono arrivati anche i primi capoluoghi di provincia: “Non sono mai stato contrario a prescindere all’innovazione tecnologica del 5G, la mia non è una battaglia ideologica”, ci tiene a precisare Francesco Cucco, sindaco di Vicenza a capo di una giunta di centrodestra. “Avevamo solo chiesto alle autorità sanitarie di darci risposte su eventuali effetti negativi sulla salute, e in attesa di un chiarimento abbiamo preferito applicare un’ordinanza che vieta l’attivazione di reti 5G”. La situazione di Vicenza è complicata dal ricorso al Tar di WindTre e Telecom: “Di fatto ora il nostro provvedimento è inefficace e quindi probabilmente sarò costretto a revocarlo, ma il governo deve assumersi le sue responsabilità”.

Le richieste di maggior chiarezza dal punto di vista sanitario infatti rimangono sul tavolo: “Le persone sono ancora allarmate e io devo tenerne conto”, racconta Pietro Fontanini, sindaco leghista di Udine. “Vediamo cosa faranno le aziende che installano le antenne ma alla fine credo dovremo soccombere, anche se questo non rappresenta la volontà dei cittadini”. Tra i sindaci che hanno emesso ordinanze di questo tipo c’è anche chi è d’accordo con la scelta del governo: “È giusto centralizzare queste decisioni, ma poi si dovrebbe investire per informare i cittadini su un tema così delicato”, dice il sindaco di Siracusa Francesco Italia, di Azione, il partito di Carlo Calenda. Italia, come tanti sindaci, ha firmato il provvedimento nei giorni convulsi della pandemia: “L’installazione delle antenne stava creando ulteriore allarme sociale in una parte della popolazione già molto spaventata. L’ordinanza verrà meno con la fine dello stato di emergenza e anche se questo verrà prorogato io intendo comunque revocarla, perché non ci sarebbe più quell’allarme sociale che abbiamo vissuto in primavera”.

Per ora però nessuno sa davvero come muoversi: “Voglio resistere il più possibile, ma devo capire cosa comporta”, dice il sindaco di Chioggia in quota Movimento 5 stelle, Alessandro Ferro, che in aprile aveva deciso per una sospensione delle installazioni. “Non posso creare un danno al mio comune e se ci fossero conseguenze legali sarei costretto a revocarla”. Ma le perplessità degli amministratori locali riguardano anche l’organizzazione dell’intero sistema: “Il governo deve assumersi la responsabilità di controllare le installazioni in modo efficace”, sostiene Alessandro Tomasi, sindaco di Pistoia in quota Fratelli d’Italia. “Ad oggi i controlli sono pochi e le procedure per ottenere un’autorizzazione irrisorie. Io non voglio sostituirmi agli istituti di ricerca o agli scienziati, ma rimango il massimo responsabile della salute dei cittadini. L’obiettivo di questo emendamento non era disciplinare la materia, ma soltanto colpire in modo mirato i sindaci”.

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