Piccolo prontuario per smettere di citare a casaccio Imagine di John Lennon. La ‘specifica’ è fondamentale: su questo brano e sul suo autore si potrebbero scrivere pagine intere, riempite fino diventare macchie nere. Ma queste poche righe serviranno, si spera, a evitare di dire ‘sfondoni’. “È una canzone eccessivamente sfruttata, tirata per il taschino – ci spiega Franco Zanetti, direttore di Rockol e uno dei massimi esperti di Beatles e Lennon (Il libro (più) bianco dei Beatles. Le storie dietro le canzoni (Giunti, 2019) è un testo arrivato oramai alla settima edizione) – Al di là del contesto e della congruenza della citazione, fa malinconia il modo in cui Imagine, la canzone di John Lennon, viene evocata, utilizzata, sfruttata per qualsiasi evenienza. È come se nessuno l’avesse mai ascoltata davvero, e (per quelli che non capiscono le parole ascoltandola), come se nessuno ne avesse mai letto per davvero il testo. È stata intesa come una canzone pacifista e comunista (“no possessions”), ma è stata persino cantata davanti al Papa a dispetto del dire “immagina se non ci fossero religioni”. È stata, appunto, presa per buona da qualsiasi fazione, schieramento, movimento“. Già, come dargli torto.

Da dove prende l’ispirazione, John, per scrivere questo brano? Da una poesia di Yoko Ono (“Cloud piece“) scritta nel 1963 e pubblicata nel suo libro del 1964 “Grapefruit” (“Imagine the clouds dripping. / Dig a hole in your garden to / Put them in“, e in parte da un libro di preghiere cristiane regalato a Lennon dall’attore Dick Gregory. “È nell’idioma cristiano, ma puoi applicarla dappertutto. Il concetto è quello della preghiera positiva. Se vuoi prendere un’auto, prendi le chiavi dell’auto. Capisci? Se puoi immaginare un mondo pacificato, allora può essere vero“. Parole di Lennon in un’intervista a David Scheff per Playboy nel 1980. Eppure, Imagine è anche una canzone di contrapposizione: “Lennon ha cambiato idea decine di volte in quel periodo. Non dimentichiamo che stiamo parlando un un trentenne”. E infatti, qualche tempo prima di parlare a Playboy, John aveva definito il pezzo come “contro la religione, contro il nazionalismo, contro le convenzioni... ma siccome è zuccherosa, è accettata“.

Già, lo zucchero. “Dal punto di vista musicale è un brano sopravvalutato. La glassa di zucchero è nel testo, nella melodia, nell’arrangiamento, nella produzione (curata da Lennon e Ono con Phil Spector); la canzone, registrata nel maggio e nel luglio del 1971, fu pubblicata nel secondo album da solista di John Lennon, al quale diede il titolo, uscito subito dopo l’estate del 1971 (il 9 settembre negli USA; l’8 ottobre in UK)”.

Imagine, un brano sopravvalutato? Eppure è bellissimo. Universale. Poteva mai avere così successo altrimenti, generazione dopo generazione? Ma stiamo parlando di John Lennon. “È inferiore ad altri brani di Lennon solista che hanno avuto molto meno successo – spiega Zanetti – Nella narrazione “John e i Beatles“, lui passava per quello che si divertiva a prendere il giro Paul per il “miele” delle sua canzoni. Ironia della sorte, i pezzi più famosi della sua carriera solita sono Imagine, senza dubbio, ma anche Jealous Guy. Miele”.

In questi giorni una parlamentare della Lega prima e Giorgia Meloni poi (non vale la pena riportare, anche perché la definizione della leader di Fratelli d’Italia sembra una supercazzola), hanno tirato in mezzo Imagine. E allora, di che parla? “Di quello che si legge nel testo – continua Zanetti – Non è una canzone pacifista, è una canzone utopista, o meglio “nutopista” (“Nutopiaè l’immaginaria patria del sognatore Lennon, quella il cui inno nazionale sono tre secondi di silenzio: il “Nutopian International Anthem” è l’ultima traccia di “Mind Games”, 1973). È una canzone di buoni sentimenti, certo non negativa, non è contro niente. John non ne avrebbe mai fatto un simbolo ideologico e tantomeno politico, anche perché esprimeva la filosofia della sua patria immaginaria”. Che ne dite, lo facciamo? Leggiamo il testo?

Imagine there’s no heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people living for today
Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people living life in peace, you
You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope some day you’ll join us
And the world will be as one
Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people sharing all the world, you
You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope some day you’ll join us
And the world will be as one

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili

I nuovi Re di Roma

di Il Fatto Quotidiano 6.50€ Acquista
Articolo Successivo

Morto Peter Green, addio al chitarrista co-fondatore dei Fleetwood Mac: “È scomparso nel sonno”

next