Il ritmo della crescita di nuovi casi di coronavirus in Spagna è tornato a essere quello di due mesi fa: per trovare un dato alto come quello di questa settimana si deve risalire fino al 22 maggio. Mercoledì ci sono stati 390 nuovi casi di Covid-19, dopo i 263 di martedì e i 164 di lunedì; in 24 ore, giovedì, si sono raggiunti 580 infezioni, di cui il 70% tra Aragona e Catalogna. Al punto che il governo catalano ha fatto esplicita richiesta agli abitanti dell’area urbana di Barcellona di non uscire di casa a meno che non sia “indispensabile”.

Meritxell Budó, ministro della presidenza e portavoce del governo della Catalogna, in conferenza stampa col ministro degli Interni del governo catalano Miquel Buch e della Sanità Alba Vergés, ha esposto le nuove restrizioni per cercare di evitare al massimo il contatto sociale e per tracciare i contatti dei casi positivi. Perché è proprio questo, il tracciamento, il tema al centro del dibattito degli ultimi giorni in Spagna: Magda Campins, direttrice di Medicina Preventiva ed Epidemiologica dell’ospedale Vall d’Hebron – ospedale di Barcellona in prima linea nella lotta al coronavirus – durante un’intervista alla radio RAC1 ha denunciato l’assenza di professionisti sanitari che traccino i contatti dei casi positivi per cercare di controllare il propagarsi del virus. Campins, che non ha voluto rilasciare nessun’altra intervista successiva a quella del 12 luglio in radio, ha dichiarato che in Catalogna ci dovrebbero essere più di duemila persone occupate in quest’attività e non le 150 che, attualmente, sono al lavoro in questo ambito.

Il ruolo di “tracciatore” è fondamentale perché l’identificazione tempestiva è l’obiettivo principale per frenare l’aumento del numero di nuovi casi: non a caso in Germania si è stabilito che, ogni 100mila abitanti, debbano essere presenti 25 professionisti occupati in quest’attività. I tracciatori infatti, per ogni paziente positivo, devono ricostruire la rete di persone con cui è entrato in contatto, obbligandole a fare una quarantena di 14 giorni, e controllandole telefonicamente per monitorare l’eventuale comparsa e sviluppo dei sintomi.

Per Campins “forse si è peccato di ingenuità” quando si è pensato che il ritorno così violento dei focolai – definiti dalla sanità spagnola “qualsiasi raggruppamento di tre o più casi confermati o probabili con un’infezione attiva al momento, tra i quali si è stabilito un vincolo epidemiologico” – non sarebbe arrivato così presto: si pensava che la seconda ondata sarebbe arrivata “in autunno e che ci sarebbe stato tempo per prepararsi. Ma non è stato così”.

Anche la sindaca di Hospitalet, comune alle porte di Barcellona dove si sono adottate le stesse misure di sicurezza del Segrià, insieme alla stessa Ada Colau, sindaca della capitale catalana, ha chiesto di aumentare il numero di persone che si occupano di monitorare i nuovi casi positivi, per cercare di evitare la nascita di focolai fuori controllo.

Così, mentre in Catalogna si tornano a vietare assembramenti di più di dieci persone (mettendo a rischio la celebrazione della festa di Sant Jordi, passata dal 23 aprile al 23 luglio e tutte le attività culturali che si ricominciavano a organizzare con le dovute misure di sicurezza) e si raccomanda di non organizzare riunioni familiari e con amici, il resto del Paese continua a monitorare la curva dei contagi e aspetta di sapere se dovrà tornare in isolamento o se le misure del Ministero della Sanità serviranno per contenere questa seconda ondata di casi. La loro attuazione parte da subito, come ha specificato Vergés: “Se durante il fine settimana – ha detto – avevamo programmato qualche incontro con familiari o amici, evitiamo di farlo. Stiamo adottando queste misure per evitare di dover agire in maniera più restrittiva: nessuno vuole tornare a doversi isolare di nuovo nelle proprie case”.

Ci saranno controlli di polizia per evitare gli spostamenti all’interno e all’esterno dell’area urbana di Barcellona, ma finché non sarà vietato spostarsi, si tratterà di operazioni per dare informazioni e per tracciare gli spostamenti. Al momento le terapie intensive si sono lasciate alle spalle la crisi di qualche mese fa, ma il rischio che questa seconda ondata si ingrossi non è escluso.

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