Qualche giorno fa ho trovato sugli scaffali della mia libreria di fiducia A un passo da Provenzano (Utet, 2020), il nuovo libro di Giampiero Calapà, giornalista de Il Fatto Quotidiano che da diversi anni si occupa di inchieste su politica, mafia e criminalità. Nel 2014 avevo già letto il suo Mafia Capitale (la Nuova Frontiera, 2014), così l’ho acquistato e letto tutto d’un fiato.

Calapà racconta una storia tipica di quella Sicilia “incredibile” che anch’io ho avuto il piacere e il dispiacere di conoscere. “Incredibile è l’Italia: e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia” è il mio passo preferito de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia. Calapà ripercorre la storia di Alessandro Scuderi, un poliziotto bravo e tenace che, con grandi difficoltà, cerca semplicemente di fare fino in fondo il proprio dovere. La sua caparbietà, la sua dedizione, la sua onestà, il suo coraggio gli regalano tante soddisfazioni professionali, ma gli provocano anche sconfortanti amarezze, isolamenti, paure, notti insonni e trasferimenti non graditi. Per il lavoro, aveva anche trascurato la famiglia, la sua amatissima moglie e i figli. Ma quei sacrifici erano inevitabili, perché “la dignità non è negoziabile”, gli aveva insegnato suo padre.

L’ispettore Scuderi ha indagato su vicende che si collocano in una delle pagine più opache della storia italiana, dal fallito attentato a Giovanni Falcone sullo scoglio dell’Addaura (21 giugno 1989) fino alla mancata cattura di Bernardo Provenzano (31 ottobre 1995) e all’omicidio del boss Luigi Ilardo (10 maggio 1996), il “confidente” che aveva portato lo Stato a un passo dall’arresto del capo di Cosa nostra. Ilardo in quel periodo era pronto a formalizzare la collaborazione con la giustizia cominciata in via confidenziale. È chiaro che ci fu una fuga di notizie sulla sua intenzione di “saltare il fosso”.

Grazie alla testimonianza di Scuderi, Calapà aggiunge dei preziosi tasselli a quel terribile mosaico di segreti, trame e intrecci tra mafia, colletti bianchi e politica che sono stati gli anni Novanta delle stragi e della “trattativa Stato-mafia”. Un mosaico che dopo tanti anni è ancora molto lontano dall’essere ricomposto, essendo evidente un gap tra “verità processuale” e “verità reale”. Questo libro aiuta il lettore a riflettere su questioni fondamentali che mi auguro vengano affrontate e sviscerate dai nascenti sindacati militari e di polizia. Gli investigatori devono essere messi sempre al riparo da condizionamenti, da pressioni indebite e da prevaricazioni.

Il segreto delle indagini deve essere effettivo, perché condizione necessaria per ottenere risultati concreti e soddisfacenti. Peraltro le nuove organizzazioni sindacali potranno dare un contributo nel far luce sui troppi misteri della nostra storia. “Un Paese senza memoria è un paese senza futuro”, disse Luciano Violante. Un Paese che in effetti non trova risposta ai tanti interrogativi rimasti sospesi, ai tanti suoi segreti, è un paese senza futuro perché è inquinato dalle menzogne, non può riflettere sugli errori commessi né elaborare i propri dolori e i propri lutti.

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