di Lorenzo Olgiati

Pensavo che questa fase pandemica ci avesse resi diversi. Purtroppo alcune proposte, come la norma che avrebbe potuto condonare gli abusi edilizi “leggeri” mi hanno fatto ricredere. So che alla fine non sarà inserita nel decreto legge Semplificazioni, ma comunque occorre riflettere su questo tipo di norme.

Credo che sia giunto ormai il momento di approvare non più condoni ma una legge seria che abolisca una volta per tutte il consumo di suolo. Non si può pensare ancora oggi che lo sviluppo economico dell’Italia si debba basare sul cemento. È completamente anacronistico procedere in questa maniera e ci sono dei nuovi settori con cui è possibile riprogrammare l’economia.

Per fermare il consumo di suolo è necessario abolire in primo luogo la rendita catastale, lo strumento con cui si accresce il valore di un terreno una volta conferita l’edificabilità. La rendita gonfia enormemente il prezzo di un terreno e fa sì che molti proprietari siano incentivati a mettere una colata di cemento sul proprio appezzamento. Inoltre vanno ripensati gli oneri di urbanizzazione con cui un comune può fare cassa: non è accettabile che si guadagni attraverso la cementificazione di spazi verdi.

Per cambiare paradigma basterebbe solo imitare i nostri vicini europei (Olanda, Germania…) fornendo incentivi per la rigenerazione di aree dismesse e rimuovendo la frammentazione amministrativa che caratterizza la gestione della risorsa suolo. Infatti oggi il governo del territorio è nelle mani dei singoli Comuni, che non possono avere una visione d’insieme ma solo una visione parziale e frammentata. Ciò li spinge a occuparsi del loro territorio senza confrontarsi con ciò che avviene negli altri Comuni.

Restituire dunque il potere di pianificazione territoriale a unità amministrative più grandi, come le regioni o lo Stato, risolverebbe numerosi problemi di frammentazione amministrativa. Sarebbe infatti più difficile per una regione giustificare nuove urbanizzazioni, per il solo peso mediatico che genererebbe la notizia di una nuova colata di cemento a livello regionale.

Inoltre fermando il consumo di suolo si arresterebbero gli abusi edilizi e non si dovrà più ricorrere allo strumento del condono, per sanare situazioni di illegalità che si sono consolidate nel tempo. In più, “ce lo chiede l’Europa” di arrestarlo, entro il 2050: dobbiamo fare qualcosa per adeguarci. Ricordiamoci anche che noi dipendiamo dal suolo per il nostro sostentamento.

Secondo il rapporto di Ispra, nel 2018 abbiamo perso 51 km quadrati di suolo (nella maggior parte dei casi agricolo); oltre a queste terre abbiamo perso anche la capacità di sfamare 34mila persone, per le quali ora siamo costretti a importare materie prime dall’estero. Non è un dato irrisorio se allargassimo ad esempio l’orizzonte temporale e se considerassimo il suolo perso negli ultimi 30 anni.

Dobbiamo pensare anche che una nostra perdita di suolo agricolo induce dei profondi cambiamenti di uso del suolo in altri paesi del mondo, solitamente poveri e instabili da un punto di vista politico. Tutto ciò alimenta il fenomeno del “Land grabbing” (Amazzonia). Si potrebbe stare ore a parlare dei problemi che coinvolgono la risorsa suolo, a cui tutti noi dovremmo essere molto legati.

Con questo post spero di fare pressione sulla politica (ma anche su noi lettori) affinché sia approvata al più presto una legge che abolisca definitivamente il consumo di suolo e non permetta più di effettuare condoni. Lasciamo che le sanatorie appartengano definitivamente al passato e approviamo una legge per guardare al futuro.

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