Dopo giorni di trattative alla ricerca di un’intesa, è arrivato sul tavolo di un consiglio dei ministri notturno il decreto Semplificazioni, definito dal premier Conte “la madre di tutte le riforme”. Quasi 100 pagine contenenti novità in materia di opere pubbliche, edilizia, digitalizzazione della Pa e trasformazione green per rilanciare il Paese dopo l’emergenza Covid. Due i nodi che hanno rallentato i lavori del governo, spostando l’inizio del Cdm di oltre un’ora rispetto alla tabella di marcia: le nuove regole sull’affidamento degli appalti e l’estensione del cosiddetto “modello Genova” ai maxi-cantieri che negli anni sono stati rallentati dalla burocrazia. Il compromesso trovato tra le forze di maggioranza prevede che la lista degli “interventi infrastrutturali” da affidare a “uno o più commissari straordinari” sia pubblicata entro l’anno con uno o più decreti della presidenza del Consiglio dei ministri (dpcm), su proposta del ministero dei Trasporti e del Tesoro e “previo parere delle competenti commissioni parlamentari“. Una ulteriore lista potrà arrivare poi entro giugno 2021. I contenuti definitivi del decreto verranno illustrati direttamente da Conte in una conferenza stampa prevista per martedì mattina, anche se fonti di governo fanno sapere che il provvedimento potrebbe essere approvato con la consueta formula “salvo intese“, cioè aperto a ulteriori modifiche. Sul tavolo di Palazzo Chigi è approdato anche il Piano nazionale delle riforme (Pnr), il documento che solitamente accompagna il Def e che fornirà le linee guida per il Recovery plan previsto a settembre.

Deroghe al codice degli appalti – I primi articoli del decreto (48 in totale) riguardano proprio le modifiche alle modalità di affidamento degli appalti. È confermato lo stop alle gare per le opere pubbliche inferiori ai 5,3 milioni di euro almeno fino al 31 luglio 2021. Le stazioni appaltanti potranno procedere con l’affidamento diretto nel caso di lavori fino a 150mila euro o con la procedura negoziata in tutti gli altri casi. Ma cambiano le regole: per opere tra 150mila e 350mila euro di valore verranno invitate al negoziato cinque imprese (“nel rispetto di un criterio di rotazione degli inviti” e tenendo conto della loro “dislocazione territoriale”), dieci per opere da 350mila a 1 milione di euro, quindici fino a 5 milioni. I partiti di maggioranza hanno discusso anche su come velocizzare questo meccanismo e spingere il più possibile la ripresa post Covid. Come riportato dal Sole24Ore, l’ipotesi è quella di fissare un tetto massimo di 2 mesi per le procedure burocratiche relative all’affidamento diretto, 4 mesi per la procedura negoziata e 6 mesi per le grandi opere (cioè quelle superiori alla soglia dei 5,3 milioni fissata dall’Ue). In caso di ritardi, previste conseguenze sia per la stazione appaltante (danno erariale), sia per le imprese coinvolte (esclusione dalla procedura o risoluzione del contratto per inadempimento).

Opere di rilevanza nazionale e “modello Genova” – Uno dei punti più caldi della discussione riguardava l’estensione del cosiddetto “modello Genova” a tutte quelle grandi opere rimaste impantanate negli anni da cavilli giuridici, ricorsi ai tribunali amministrativi e lungaggini burocratiche. Una soluzione benvista da Movimento 5 stelle e Italia viva, ma non da Pd e Liberi e uguali. L’accordo di maggioranza prevede la pubblicazione di uno o più decreti contenenti l’elenco dettagliato dei cantieri da sbloccare e la conseguente nomina di “uno o più commissari straordinari”, proprio come accaduto a Genova con il commissario alla ricostruzione del Polcevera Marco Bucci. Nella versione definitiva del dl Semplificazioni, però, potrebbero essere individuati dei paletti ai poteri di questi supermanager: oltre alle normative antimafia, l’ipotesi è che siano obbligati a rispettare i protocolli sulla sicurezza dei lavoratori e il contratto collettivo nazionale di lavoro previsto per tutte le figure coinvolte.

Danno erariale e abuso d’ufficio – Sembrano superate le ostilità dei renziani sulla riforma dell’abuso d’ufficio, fortemente voluta dal premier Conte. L’obiettivo è quello di circoscrivere il più possibile le condotte dei pubblici ufficiali perseguibili penalmente (attualmente il reato punisce la generica violazione di leggi e regolamenti), ma per valutare il reale impatto della norma bisogna aspettare il testo definitivo. Restano invece i dubbi di costituzionalità sulla responsabilità erariale. L’intento del governo è quello di portare a processo solo quei funzionari che volutamente e consapevolmente provocano un danno erariale allo Stato (ad esempio assegnando un finanziamento a un’azienda che non ha i requisiti adatti), escludendo chi lo fa in modo non intenzionale. Ma con un’eccezione: verrà perseguito penalmente anche chi “non fa” per inerzia o per paura di sbagliare – rallentando le procedure burocratiche – rispetto a chi “fa” .

Gli altri nodi: dai subappalti alle certificazioni – Fra le novità previste dal decreto ci sono anche la procedura d’urgenza per ottenere la certificazione antimafia (anche questa a tempo, fino al 31 luglio 2021) e una serie di semplificazioni per il rilascio della Valutazione di impatto ambientale (Via), passaggio burocratico che in certi casi ha richiesto addirittura 10 anni di attesa. Viene poi istituito un fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche per evitare che la mancanza temporanea di risorse possa costituire un ostacolo alla realizzazione dei progetti, mentre la Corte dei conti potrà controllare in modo contestuale (e non solo a posteriori) l’avanzamento dei lavori ed intervenire per rimuovere eventuali rallentamenti nelle “spese di investimento”. Ulteriori modifiche in vista anche per il sistema dei subappalti, considerate indispensabili per accelerare la ripresa ma che per i sindacati rischiano di avere “gravi conseguenze sui diritti dei lavoratori”.

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