Anna, Giusi, Valentina, Mutu, Claudia… e un brano musicale che nasce dal carcere. Questi i nomi di alcune donne che vivono e vivranno per diversi anni dietro le sbarre di una prigione raccontate nel documentario Caine, in onda venerdì 3 luglio in seconda serata su Rai3. Le “protagoniste” sono alcune detenute dei penitenziari femminili di Fuorni-Salerno e Pozzuoli. Mentre regista ed autrice di questo particolare esperimento antropologico-musicale sono la giornalista Amalia De Simone e la cantautrice Assia Fiorillo. Le due autrici di Caine hanno frequentato per diversi mesi le due case circondariali e con la collaborazione della giornalista Simona Petricciuolo hanno proposto un esperimento: la condivisione di storie e di ore di vita carceraria e la costruzione di una canzone scritta da tante mani che diventa il racconto autentico di una città controversa e appassionata, Napoli. Quotidianità carceraria, narrazione femminile, bellezza e maledizione di un territorio emergono dalla narrazione del documentario. La strada, l’ineluttabilità del destino, la vita criminale, il pentimento, la maternità, la rabbia, il riscatto, l’omosessualità sono i fili che si intrecciano tra le donne che insieme hanno composto quella musica che è diventata linea guida dell’opera e momento catartico per le protagoniste. Tra loro emergono la storia di Giusi, leader di una piazza di spaccio, che racconta dell’omicidio di una sua amica davanti al figlio neonato, e che in carcere ha incontrato Jessica, con cui vorrebbe sposarsi. C’è Anna, detta Ciruzziello, omosessuale e con un fratello transessuale. C’è Mutu, con il corpo devastato dalle violenze degli uomini e ora in carcere per aver cercato di ammazzare il compagno. Poi c’è Assia, cantautrice raffinata e sensibile che è riuscita ad entrare nel cuore delle detenute e ad aprirlo. Nella canzone “Io sono te”, da lei scritta con il contributo di Amalia De Simone e le ragazze detenute, ci sono due mondi che si incontrano e si livellano attraverso la consapevolezza che l’errore può capitare a tutti e che non è indifferente nascere e crescere in determinati contesti. “È stato un lavoro con un chiaro punto di vista giornalistico, il mio, che ho fatto e faccio cronaca e inchiesta da tanti anni – spiega Amalia De Simone, autrice del documentario – molte delle storie delle detenute le avevo vissute in prima persona dall’altra parte. Poi però nel corso dei mesi si è un po’ mischiato tutto e trascorrere tanto tempo con loro in carcere mi ha fatto comprendere meglio determinati contesti e la zona grigia che attraversa tante realtà e in particolare quella di Napoli. È stato un esperimento immersivo, emozionante e a volte anche doloroso ma sicuramente mi ha dato tanto. Grazie alla Rai e alla volontà di mandare in onda Caine, queste ragazze troveranno voce e un posto nel mondo che in questo momento non sentono di avere”.

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