Era rimasto lì da mesi, in attesa del caso (fortuito?) che prima o poi andasse recensito. Benevolenza cosmica (Adelphi) di Fabio Bacà è uno dei romanzi più originali e gustosi dell’anno scorso che prolunghiamo nella validità valoriale ad oggi e oltre. Sarà che mentre eravamo soli, nel buio della notte, senza che attorno avessimo nessuno per chilometri, abbiamo sfondato mezza automobile in una curva invisibile e che questo incidente sia arrivato dopo una lunga serie di fatti negativi che non stiamo ad elencare, ecco che Benevolenza cosmica è risbucato all’improvviso proprio dopo questa sequela di piccole disgrazie. E così nel delirio di un’ostentata ricerca di senso (fede?) nell’imperscrutabile, altrettanto cosmico, il libro di Bacà ci ha dato mille (e nessuna) risposta ai fatti accaduti, o perlomeno ci ha fatto immergere e sopravvivere per alcune ore nel piacere di un viaggio speculativo, filosofico e letterario, rispetto all’oscurità del caso (o del karma?) con una verve e un fascino da romanziere di fine secolo (Novecento) che pensavamo perduta e sepolta dopo la Gioventù Cannibale, lo storytelling baricchiano e, ça va sans dire, il savianesimo. Bacà trasfigura un malessere interiore, un’angoscia profonda, la fissità stordente di una fortuna intonsa e prolungata per mesi vissuta da un tizio disinvolto e spiritoso dell’alta società che vive a Londra, in un racconto surreale, grottesco, apocalittico ballardiano, un’apnea urbana, “tutto in un giorno”, borgesiana esplorazione di strade, uffici, bar, case di Londra, come se non le vedessimo ma le vedessimo con gli occhi accecati da altri riflessi condizionati perenni. Il protagonista, Kurt O’Reilly, è un alto dirigente di un istituto di statistica britannico. Uno realizzato fin da giovanissimo che però ha subito qualche lutto e intoppo evidente nella vita (il fratello morto in un incidente assurdo). Nella prosecuzione del percorso cittadino compiuto a piedi e con qualche passaggio in auto da Kurt, tra una moglie scrittrice da cui si è separato ma con cui convive nell’appartamento di sotto, l’amico tatuatore che sta intervenendo sulla vagina di una pornostar, un altro amico ricchissimo funzionario, due psicologi artefici della “terapia strategica breve”, ecco spuntare qualche ipotesi di senso a questo “andargli tutto bene”. Quando diciamo tutto bene per Kurt significa che soltanto in una giornata sventa una rapina e l’attacco armato di un folle, un poliziotto sbaglia mira e la fucilata gli sfiora una spalla, il suo broker partito con l’intento di fargli perdere soldi ne guadagna a bizzeffe, l’ufficio della tasse lo vuole rimborsare, due tassisti vogliono fargli lo sconto. Tra l’oscillazione rassicurante di un calcolo statistico e l’invisibilità dell’imponderabile, tra la lussuosa agiatezza professionale e l’irrequietezza primordiale dell’essere, il racconto si carica di aspettative e sostanza attorno ad ogni atto sopra le righe ed eccentrica riflessione di Kurt. Certo Bacà è un solenne egocentrico. Confonde ostinatamente l’autore con l’io narrante come un narciso che si specchia perennemente nell’acqua del suo sapere (l’ “anacoluto” per favore no!). Altrettanto certo, però, che questa strafottenza, questa spacconeria (questa sì alla Vonnegut), questo totalizzante percorso più mentale che materiale in una metropoli simbolicamente in crisi, è un labirinto letterario di classe cristallina, di stimolante scalata alla vetta impervia del suo linguaggio (ci sono certi periodi articolati lunghi quasi una pagina), di maneggevolezza autentica della variabile tempo. Per molti potrebbe essere umanamente salvifico, per molti altri un capzioso libello oscuro. Conflittuale di sicuro. Comunque leggerlo, please. Voto: 8

Lo Scaffale dei Libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti a Bacà, Duran, Haig

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