Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sulla assoluta inadeguatezza dell’onorevole Lucia Azzolina a ricoprire il ruolo che pure ricopre, la bozza sulle Linee guida per la scuola, proposta agli enti locali, sarà utile a dissolverlo.

Devo dire che, pirandellianamente, il testo partorito dalla Ministra e dai suoi collaboratori ai ruoli apicali del Ministero supera ogni più pessimistica immaginazione. Potremmo intitolarlo “chi fa da sé fa per tre”, o “si salvi chi può, gli altri si arrangeranno” e via così. Perché quel documento non dice nulla e quel poco che dice è estremamente preoccupante. Un insieme di generiche indicazioni che, sostanzialmente, non indicano alcunché, uno scaricabarile verso il basso che mette sulle spalle di insegnanti, presidi e Consigli di istituto la necessità di risolvere ciò che chi ci dirige non è in condizione di risolvere, tacendo del tutto su fondi, progetti, strategie, un testo pilatesco che se ne lava le mani e che strizza l’occhio, nemmeno troppo nascostamente, alla privatizzazione della scuola pubblica italiana, che fa rientrare la fallimentare Dad dalla finestra dopo che l’esperienza di migliaia di docenti e allievi l’aveva accompagnata alla porta, che rifà dei nostri allievi diversamente abili (abbandonati del tutto in piena pandemia) dei ‘disabili’, ma che, paradossalmente, è riuscito a fare ciò che nessuno era riuscito a fare sinora: mettere d’accordo insegnanti, presidi, studenti e genitori.

Dunque, da un certo punto di vista, dobbiamo essere grati alla Ministra e, se non fosse tragico, ci sarebbe da sorridere ad ascoltare oggi le dichiarazioni dei Dirigenti scolastici, che da anni chiedono maggiore autonomia, cioè il diritto di decidere ciò che vogliono e come vogliono, e che ora che, infine, viene loro appuntata sul petto la stella da sceriffo, si accorgono di quanto falsa sia l’autonomia scolastica e si indignano mentre li si manda a combattere armati solo di quella stella, ma senza che nessuno si sia peritato di dar loro una pistola (fondi, spazi, personale, programmazione, ecc.).

Mentre il Ministro annuisce, sorride e si lamenta su Twitter di false interpretazioni di quanto va dicendo (e poi negando il giorno dopo), la Repubblica stanzia per la scuola pubblica 1 miliardo e 400 milioni, ma investe tre miliardi per l’ennesimo salvataggio di Alitalia e ben 13 miliardi (dicasi tredici miliardi) per l’acquisto di inutili aviogetti da guerra per far volare i quali tra poco dovremo rivolgerci a personale straniero, visto che – stante così le cose – difficilmente avremo tecnici e piloti abbastanza istruiti per farlo.

Ma – a quanto pare – alla Ministra sta bene così. Ho già detto su queste colonne ciò che ne penso, inutile ripetermi, ma certo, se le cose stanno così, non posso che ribadirlo: le scuole a settembre non vanno riaperte, vanno occupate. E visto che per una volta le differenti componenti della scuola sono d’accordo, forse sarebbe il caso di pensare a riaprirle con un grande Teach Pride, una manifestazione nazionale che faccia capire a chi ci governa, una volta per tutte, che la scuola è, come la sanità e il lavoro, una delle priorità di questa nazione e che se alla crisi epidemica non si risponderà in modo adeguato, non affonderà soltanto il sistema pubblico di istruzione, ma tutta l’Italia.

Nel frattempo cosa fanno o cosa dicono gli intellettuali e gli artisti italiani per la scuola? Cosa commentano tutti quei distinti, sensibili, creativi signori e signore che durante tutta la pandemia, pur di avere i riflettori puntati, non ci hanno fatto mancare una serie infinite di bislacche proposte per l’ultimo giorno di scuola, ricordi commossi del loro antico banco, centoni di vecchi meravigliosi professori d’antan e, tanto per non farsi mancare nulla, anche una serie di insulti gratuiti che chiarivano a tutti ciò che pensa la maggioranza silenziosa di questo paese dei suoi insegnanti: nullafacenti di cui si potrebbe fare volentieri a meno, sostituendoli con istitutori che li tengano sotto controllo per le ore che occorrono ai genitori per andare al lavoro e contribuire alla produzione, che è l’unica cosa che davvero interessa, a questo governo, come ai precedenti?

Nulla, sostanzialmente non dicono nulla. Tacciono. Hanno altro da fare, ora: ricominciare a presentare i loro romanzi, dischi, spettacoli, saggi, balletti, ecc.

Non è una novità in un paese che in tutti questi decenni non è mai stato capace non dico di realizzare, ma neanche di immaginare uno sciopero generale per la scuola, non della scuola, badate, ma per la scuola, una manifestazione che dimostrasse a chi governa quanto, a tutti i lavoratori di questo disgraziato paese, importi delle sorti dell’istruzione pubblica. E se non è avvenuto è perché, in realtà a nessuno importa. A volte neanche a quelli che ne fanno parte.

Fa eccezione Christian Raimo, ma è un’eccezione preoccupante. Su Facebook lo scrittore romano, che pure più volte era intervenuto a proposito delle politiche educative italiane e che da qualche settimana conduce un progetto di podcast didattici per Rai e Ministero, Maturadio, una super-Dad attivata per aiutare i nostri studenti a sostenere gli esami, fa una giravolta e difende a spada tratta il Ministro: “Le linee guida non possono che essere così: indicative, plastiche, adattabili alle situazioni specifiche. (…) Le risorse per ripensare gli spazi scolastici non ha senso che siano elargiti a pioggia. Io se fossi un dirigente i soldi che ho li spenderei soprattutto per la formazione dei docenti per una didattica mista. Che le regioni, le province, le singole scuole si prendano la responsabilità di adattare, sperimentare, è l’unica soluzione possibile”.

Che dire? Forse una delle conseguenze del CoVid è anche quella della mutazione acrobatica e subitanea delle posizioni politiche dei nostri intellettuali, o forse si scrive Maturadio ma si legge, biblicamente, ‘piatto di lenticchie’. Che tristezza.

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