C’è qualcosa di profondamente triste nelle vicende che hanno interessato la scuola italiana durante questa pandemia. Nonostante sia stata evidente a tutti la funzione fondamentale che la scuola svolge nelle cosiddette società “avanzate”, non solo dal punto di vista culturale, ma più largamente sociale, direi di Welfare, praticamente non è stato fatto nulla per permettere a questa istituzione di sopravvivere al colpo subito, l’ultimo dopo decenni di tagli, pressapochismo, incuria. E la nostra scuola, anziana e multi-patologica com’è rischia di non sopravvivere al contagio.

Benché sia stato chiaro sin dal primo minuto che la chiusura delle scuole avrebbe causato problemi a pioggia, l’unica iniziativa presa dal Ministero è stata quella di scaricare tutto il peso della risposta sulle spalle degli insegnanti, costretti, ognuno come poteva e come sapeva, a inventarsi nuove metodologie per portare avanti un’iniziativa, la didattica a distanza, che chiaramente era accettabile solo come estrema ratio in una situazione d’emergenza.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: se a qualcosa è servita alle Superiori, alle Medie e alle elementari, invece, è stata un fallimento assoluto, con famiglie intere costrette a fare da vicarie a insegnanti che, non essendo dei maghi, né avendo alcun superpotere, poco potevano realmente fare ‘a distanza’, con indicazioni tardive, poco chiare e a volte addirittura contraddittorie. Mentre i più deboli e i più fragili annegavano dietro schermi bui.

Ora che pare che la curva dei contagi stia scendendo le cose non vanno meglio, anzi. Anche se è evidente a tutti che, per tornare a far lezione in aula, le aule che abbiamo sono troppo poche, pericolose, insalubri, che le classi sono troppo affollate, che gli insegnanti sono insufficienti, ciò che si propone è al limite del provocatorio.

Nessuno, infatti, parla di costruire nuovi edifici, nessuno si dà da fare a trasformare i nostri pollai didattici in normali classi, ad assumere gli insegnanti che occorrono, anche se si tratta di persone che da anni siedono in aula e svolgono normalmente il loro compito: si preferisce schierarsi dalla parte di una supposta “meritocrazia”.

Quando i nostri ospedali scoppiavano abbiamo accettato di mandare in prima linea gli specializzandi, ma per spiegare Pascoli, il Teorema di Pitagora o la Tavola di Mendel riteniamo sia assolutamente necessario fare un concorso, poco importa se a crocette o meno. Anche a costo di rimandare in classe quei medesimi insegnanti da precari, perché non avremo assunto nessuno. L’importante è la meritocrazia! Posso dire che lo trovo ridicolo e insensato?

Nel frattempo, tanto per dare un esempio di coerenza e chiarezza, lo stesso governo che decide che gli esami universitari, le sedute di laurea, gli esami delle Medie si devono fare in modalità “remota”, stabilisce che invece quelli delle Superiori si debbano fare in presenza, come se gli insegnanti dei Licei o degli Istituti tecnici e i loro allievi avessero qualche tipo di specifica e speciale immunità. Perché?

I fondi dati alle scuole nel tentativo tardivo di colmare il loro digital divide, intanto, sono pochi spiccioli. Invece di stabilire un nuovo limite di alunni per classi, si inventano strane formule miste in cui si chiede agli insegnanti di fare nello stesso tempo didattica in presenza e didattica a distanza, con metà classe seduta nei banchi e metà dietro lo schermo, anche se è evidente a chiunque usi il senso comune che una cosa del genere è controproducente, se non impossibile.

Non è importante cosa si fa, è importante fare qualcosa, qualsiasi cosa per dare l’impressione che si reagisce, che si è presenti, che la scuola è, in linea di principio, importante. Pullulano, così, gli appelli di intellettuali che di scuola non hanno nessuna esperienza, che chiedono le cose più inutili e bislacche: da Dacia Maraini e Paolo Di Paolo che chiedono di non chiudere le scuole d’estate (come se non fossero già chiuse, come se gli insegnanti non avessero diritti sindacali, come se questo non fosse del tutto inutile e costituirebbe probabilmente il colpo di grazie sul nostro turismo) a l’ineffabile viceministra Ascani che chiede un vero ultimo giorno di scuola per i nostri ragazzi, insieme con il sindaco di Firenze e con la prestigiosa firma del Corriere Antonio Polito, per farli rivedere, perché esso è un fondamentale rito di passaggio, anche se quei ragazzi si rivedono da giorni, da soli, alla faccia della scuola, e anche se, quando lo fanno, diamo loro dell’irresponsabile perché provocano assembramenti.

Né manca l’ineffabile leader Confindustriale lesto a spiegarci che tutto va male perché non c’è più la mai abbastanza lodata alternanza Scuola-Lavoro, che era perfetta per trasformare tutte le nostre scuole in una filiale di agenzia di collocamento gratuito e formazione professionale.

Potrei continuare a lungo, ma non avrebbe senso. Della scuola in Italia non è mai fregato nulla a nessuno e la pandemia non ha cambiato niente. Eppure basterebbe poco: ascoltare con attenzione chi nella scuola ci lavora da anni, liberarsi da infinite e inutili burocrazie, potenziare la capacità progettuale dei singoli docenti, rendersi conto, una volta per tutte, che la scuola non è un’azienda, ma un’istituzione, dove non conta la competitività, ma la solidarietà, e soprattutto fare quello che tutti dicono di voler fare e mai nessuno ha fatto: stanziare fondi, investirci danaro, tutto il danaro che serve, e intelligenza.

Fece bene l’ex ministro Lorenzo Fioramonti ad andare via, aveva visto giusto a dimettersi quando gli furono negati i fondi che chiedeva. Provate a dargli torto, adesso. Dite che la scuola è fondamentale, necessaria, decisiva? Bene allora, gentili signori, smettetela di prenderci in giro e fate qualcosa di utile. Non qualsiasi cosa, badate, ma qualcosa di veramente utile. O almeno tutti, voi e chi vi regge lo strascico scrivendo sui “giornaloni” e firmando inutili petizioni, fateci la cortesia di parlare d’altro.

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