Che non fosse stato comunista lo sapevamo da tempo. Francesco Guccini, 80 anni il 14 giugno 2020, al massimo, proprio nell’era della contestazione alla bolognese (più spaghetti che tagliatelle, lui che è modenese), potevi definirlo intellettualmente un libertario. Magari nell’alveo della normalità quotidiana, quella del caffè e giornale la mattina, un socialista. Poi più di recente quando le fiammate di ribellione si son fatte fiammelle del cucinotto Guccini andrebbe addirittura definito un prodiano, anzi un bindiano (copyright Rosy Bindi). Ancora ce lo ricordiamo nel 2012 lassù in quell’angolo di Appennino emiliano, tra Monteacuto delle Alpi e Pianaccio, patria natale di Enzo Biagi, quando Guccini sorprese tutti e dichiarò al fattoquotidiano.it che un leader buono per la sinistra era proprio la Bindi. Stagioni. Nel senso del tempo che passa, in fretta, ma anche come titolo del 19esimo album del nostro (era il 2000). Disco che rockol.it recensì, distruggendolo, così: “Imbarazzante. Pretesco. Noioso. Banale. Furbetto. Ripetitivo. Comodo. Soffocante. Svenduto. Predicatorio. Atroce. Saccente. Ampolloso. Insulso. Risaputo. Ovvio. Mellifluo…”.

La Bindi, infatti, non è nemmeno più in Parlamento. E Guccini non rifà un’Avvelenata, una Locomotiva, o solo un umile blues modello Via Paolo Fabbri 43 da almeno trent’anni. E non lo rifarà mai più visto il ritiro dalle scene. Solo che, in tutti questi anni, nonostante il desiderio di pace e fuga dal mondo in quel di Pavana, tarocchino e funghi, Guccini l’hanno sempre voluto tutti tirare per la giacchetta di un’appartenenza naif. Quella del “comunismo emiliano”. Una megapanciona sempre incinta di buon senso e politica accorta anche quando la gioiosa macchina da guerra ha slittato nel burrone. Una coazione a ripetere proprio per quell’indefinibile desiderio di supporto della politica da parte del mondo dell’arte.

Stigma indelebile, quasi fosse un obbligo morale, una medaglia appuntata sul petto, un’apoteosi del bon ton etico. Con finale imbarazzante due mesi fa in pieno lockdown: quel Bella Ciao, testo eterno ed epocale, tragedia antica simbolo di resistenza e lotta, stropicciato e schizzato per gioco (?) con l’innesto di Meloni-Salvini&co. (un “bah” possiamo dirlo?). Del resto lo ha proprio spiegato Guccini al Corriere.it pochi giorni fa: “La Locomotiva è una suggestione letteraria, non politica”. La “fiaccola dell’anarchia”, insomma, è spenta da un pezzo. Peccato però perché ai concerti la “suggestione” tirava parecchio, soprattutto fatta sul fondo della scaletta con il grido della folla e i pugni chiusi oggi rimasti solo a Marco Rizzo. “Trionfi la giustizia proletaria”.

Il solito equivoco. Mi avete frainteso. “Comunista era Claudio Lolli, mica io”. Che poi essere stati comunisti negli anni settanta in Italia assieme a Enrico Berlinguer tutto questo orrore, suvvia, non era. Nelle storiche elezioni del 1976, nel pieno del successo gucciniano, il PCI raccolse 12milioni e 600mila voti. Che qualcuno l’abbia frainteso mentre ascoltava i suoi dischi magari è capitato dai. E che il fraintendimento sia durato decenni, è un attimo. “Secondo voi ma a me cosa mi frega. Di assumermi la bega di star quassù a cantare. Godo molto di più nell’ubriacarmi. Oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare”. Appunto, Francesco. Alla fine è andata così.

Dopo gli “esplosivi” settanta, sono arrivati i pensosi ottanta. La ricerca della poesia, il dato letterario, il lato romanzato e romantico o, più cinicamente, come scrisse un detrattore, quel continuo dare ai fan una “tristezza che li avvolga come miele”. Culodritto dedicato alla figlia Teresa, ma soprattutto l’orecchiabile caravanserraglio di Cirano (ci sono pure “i liberisti” e i “portaborse” – non si sa se socialisti come nel film di Luchetti o meno) o un gioiellino intimista, da maturo innamorato come Lettera (dove c’è ancora un “culo tondo” di figlia e madre). Poi tanti, tanti, tantissimi libri (con Loriano Machiavelli). Guccini masticatore di lessico, formidabile conoscitore della lingua italiana e delle sonorità blues dei dialetti emiliani (lo ricordiamo in una puntata de Il Laureato di Chiambretti mentre improvvisa strofe in un gramelot tosco emiliano e intanto suona come Muddy Waters).

L’eterno mito dell’osteria da Vito, l’amicizia con Eco e con Bonvi, la nostalgia per le cose perdute. Ma soprattutto quell’evento epifanico del “concerto di Guccini”. Manifestini sempre identici con la copertina del disco di Via Paolo Fabbri 43, la formazione sul palco modello Inter di Herrera (Biondini, Tavolazzi, Bandini, Tempera), le amatissime barzellette o storielle, le battute (dagli anni novanta) su Berlusconi e quell’happening di famiglia, intimo, diretto che è stato, forse, qualcosa di più intenso e personale di qualsiasi album con una fine e con un principio.

E ancora. Quella fulminea e memorabile performance di Per fare un uomo assieme a Caterina Caselli e Beppe Carletti al pianoforte durante il concertone al Dall’Ara dopo il terremoto dell’Emilia. Infine: noi c’eravamo quella volta in cui si è spenta per un attimo la luce al Palasport di Casalecchio di Reno. La voce improvvisamente sottile sulle note di Cirano. La mano sull’asta del microfono. Il Guccio che tira dritto per chiudere il pezzo. Due bicchieri d’acqua e Dio è morto con chitarra a tracolla sembra un brano scritto ieri. Francesco Guccini di anni ottanta, leggenda italiana, artista libero.

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