Dopo le scarcerazioni di alcuni boss a causa dell’emergenza sanitaria provocata dall’epidemia di Sars Cov 2 il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, aveva fatto approvare un decreto che prevede, dopo un riesame del caso, il ritorno in carcere dei boss detenuti. La norma, arrivata dopo polemiche bipartisan sulle scarcerazioni e in concomitanza con le critiche alla dirigenza del Dipartimento della amministrazione penitenziaria, finisce davanti alla Corte costituzionale. A trasmettere gli atti un giudice di sorveglianza del Tribunale di Spoleto, che come riporta l’Adnkronos, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale.

Per il magistrato, Fabio Gianfilippi, è “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 2 del d.l. 10 maggio 2020, n.29, nella parte in cui prevede che proceda a rivalutazione del provvedimento di ammissione alla detenzione domiciliare o di differimento della pena per motivi connessi all’emergenza sanitaria da Covid-19″. Il giudice ha anche ordinato la trasmissione degli atti al Presidente del consiglio Giuseppe Conte e ai presidenti delle due Camere. Nelle 19 pagine dell’ordinanza, il giudice di sorveglianza di Spoleto, trattando il caso di un detenuto, condannato a 5 anni di carcere che era finito ai domiciliari, rileva che l’uomo è stato sottoposto a un trapianto di organi “con la necessità – si legge nel provvedimento – di continuare il trattamento con immunosoppressore e immunoglobuline anti-Hbv”. Il detenuto è stato ritenuto a rischio per il coronavirus e dopo la richiesta del legale scarcerato e mandato ai domiciliari. Ma dopo la norma Bonafede la sua vicenda è tornata al magistrato di sorveglianza per la revoca dei domiciliari e il ritorno in carcere.

Il decreto legge di Bonafede punta a far tornare in carcere i 376 mafiosi scarcerati nelle ultime settimane.Tutti detenuti al 41 bis e nei regimi di Alta sicurezza che avevano ottenuto i domiciliari grazie all’emergenza Covid. Una norma che in pratica impone ai giudici di Sorveglianza di rivalutare in 15 giorni se sussistono ancora i motivi legati all’emergenza sanitaria. È sulla base del rischio contagio se i giudici hanno consentito gli arresti casalinghi a mafiosi, presunti boss, killer e spacciatori di droga. Il decreto prevede anche che la valutazione del magistrato di sorveglianza sarà fatta “immediatamente”, anche prima dei 15 giorni, nel caso in cui il Dap – che ora è guidato da Dino Petralia e Roberto Tartaglia,- comunichi la disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta adeguati alle condizioni di salute del detenuto. Nei giorni scorsi c’era stata anche una polemica sollevata dai magistrati di sorveglianza. Il loro coordinamento aveva denunciato “la campagna di sistematica delegittimazione” a cui sono stati sottoposti: “È la Costituzione che impone venga assicurata a qualunque detenuto, anche il più pericoloso, una detenzione mai contraria al senso di umanità”.

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