Sostiene di aver pronunciato una “frase infelice” ed è per questo che si sente di “chiedere scusa a Repubblica. Scusa di cosa? Di aver detto a Luca Palamara che “deve passare la linea della vendetta nei tuoi confronti“. E la linea era proprio quella che il magistrato sotto inchiesta avrebbe dovuto imporre al quotidiano di largo Fochetti sull’inchiesta della procura di Perugia sul caso nomine. Adesso, però, Giovanni Leghini si cosparge il capo di cenere per i toni usati nelle conversazioni con il magistrato, al centro dell’inchiesta che terremotato il Consiglio superiore.

Era il 29 maggio del 2019 e la vicenda Palamara era finita per la prima volta sui giornali, a cominciare proprio da Repubblica. “Se vuoi parlo io, ho rapporti al massimo livello dimmi tu. Riflettici”, diceva Legnini a Palamara. Che rispondeva “Io con Claudio Tito (giornalista di Repubblica ndr) ho un rapporto”. L’ex numero due di Palazzo dei Marescialli replicava: “Lo conosci bene e allora parla con lui deve passare la linea della vendetta nei tuoi confronti”. “Vorrei contestualizzare quello che è accaduto – spiega oggi Legnini in un’intervista allo stesso quotidiano citato dalle intercettazioni – Siamo al 29 maggio del 2019, Repubblica aveva raccontato i primi esiti dell’inchiesta di Perugia. Poiché alcuni episodi si riferivano anche alla mia consiliatura, chiesi di incontrare Palamara per capire. Mi fornì una versione dei fatti molto diversa da quella che poi è emersa dagli atti di indagine. Lui si diceva oggetto di una sorta di congiura. E io sbagliai a credergli. Mi chiese come potesse far emergere la sua versione. Mi sembrava un uomo distrutto e mi dichiarai disponibile ad aiutarlo”.

Quindi ecco il mea culpa dell’ex vicepresidente del Csm: “Certamente ho usato una frase infelice anche se in un contesto privato e confidenziale, perché mai avrei potuto orientare Repubblica né nessun altro: non ne avevo il potere ed è lontanissimo dalla mia concezione di indipendenza della informazione”. Alla fine arrivano anche le scuse: “D’altronde – continua – a quella conversazione non venne dato alcun seguito, come risulta dagli atti. Nonostante questo, mi sento di chiedere scusa a Repubblica, a cui riconosco autorevolezza e autonomia, e ai suoi lettori. Le carte di Perugia hanno dimostrato che non c’era alcun complotto. Era soltanto cronaca, purtroppo”.

Ma perché Legnini usava quel linguaggio parlando con Palamara. “Era un magistrato molto influente ed era il capo di fatto di una corrente – spiega oggi l’ex vicepresidente del Csm – Sulle decisioni importanti, spesso siamo stati in disaccordo. Ma io ho conosciuto un altro Palamara, non certo quello delle conversazioni che sono state rese pubbliche, che mi hanno sorpreso e amareggiato nei toni e nei contenuti”. L’autodifesa di Legnini copre tutto il suo quadriennio da vicepresidente: “Durante il mio mandato – sostiene- ho la certezza assoluta che nessuna delle decisioni assunte fosse il prodotto di patti inconfessabili ma frutto di decisioni collegiali, come d’altronde sembra emergere dalla chiusura delle indagini. E rivendico anche di aver garantito sempre l’autonomia di ciascuno dei consiglieri e l’indipendenza dell’organo dalla politica”.

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