Dati sui contagi da coronavirus di questi giorni? Vanno letti su più giorni, fare un bollettino quotidiano è difficile. È normale vedere alti e bassi. È importante, invece, valutare l’andamento complessivo della curva. Per avere un quadro realistico e vedere gli effetti delle misure adottate ci vuole ancora del tempo: dobbiamo aspettare fine mese”. Sono le parole di Giovanni Rezza, direttore del dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore della Sanità, nel corso di “24 Mattino”, su Radio24.

L’epidemiologo spiega: “Un bollettino quotidiano di questo tipo si fa tramite le Regioni, che danno dati aggregati al ministero. Ma si tratta di dati condizionati dal fatto che i contagi risalgono a 5-10 giorni fa, perché l’insorgenza dei sintomi c’è stata molto tempo prima della notifica. E poi ci sono i tempi della notifica stessa. I dati sono molto dipendenti dal numero di tamponi fatti e dai tempi delle notifiche. Quindi, abbiamo questa altalena: per uno o due giorni le cose vanno meglio. Teniamo conto anche del fatto che continua ancora un po’ la trasmissione del virus intra-familiare – prosegue – Poi magari, come ieri, si fanno più tamponi e risulta un numero maggiore di contagiati. Noi all’Iss facciamo un bollettino bisettimanale: raccogliamo i dati anche per data insorgenza dei sintomi, e questo ci approssima di più alla situazione reale. Ma, in questo caso, questi dati hanno il difetto di qualche giorno di ritardo”.

Stoccata di Rezza alla Ue: “Andrebbe fatta una tirata d’orecchie ai ministri europei, anche dal punto di vista epidemiologico. In Europa non c’è stata una risposta unitaria, fin dall’inizio di questa crisi. Il supporto è arrivato dopo che è giunto quello dei medici cubani, russi e cinesi. E finalmente alcuni ospedali tedeschi hanno accolto pazienti italiani. Però ricordiamoci che c’è stata una risposta lenta sin dall’inizio. E francamente questo ci ha amareggiato non poco“.

Rezza spiega anche il caso della Germania: “Lì fanno tamponi mirati, e hanno una rete ospedaliera molto forte. Ma hanno avuto anche un paio di vantaggi: l’epidemia è arrivata dopo, tranne un piccolo focolaio poi controllato, e ha colpito soprattutto i giovani. Questo spiega il basso tasso di ospedalizzazione. In Italia si è fatto poco? Il ‘paziente uno’ fu scoperto il 21 febbraio e, se non sbaglio, il ministro della Salute realizzò una commissione di tecnici intorno al 20 gennaio. All’epoca la paura maggiore era quella di cercare di non far arrivare il virus da Wuhan. Il governo cinese bloccò i voli da Wuhan e il governo italiano stoppò i voli diretti da e verso la Cina. Sono state fatte delle stime sull’andamento in Hubei al di fuori di Wuhan proprio per incrementare i posti in terapia intensiva. Poi, certo, noi siamo epidemiologi e lavoriamo sulle stime”.

E chiosa: “Naturalmente non è che da un giorno all’altro questa epidemia finisce. Questo è il problema maggiore. Cioè, non è che se i dati vanno meglio, allora tana libera tutti. Circa la post-quarantena, sicuramente bisogna proteggere per un lungo periodo gli anziani. Ma bisogna anche vedere come farlo, perché non è semplice far correre il virus e tenere protetti solo gli anziani. Quindi, ci sarà bisogno di molta gradualità e di piani complementari”.

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