Un mese in quarantena. Da non credere. In queste quattro settimane siamo rimasti chiusi in casa per sfuggire al Coronavirus: abbiamo messo in pausa le nostre vite, che però sono cambiate irrimediabilmente.

Subito il panico, il 21 febbraio scorso: un ragazzo (molto conosciuto) in gravissime condizioni per il Coronavirus, positivi anche i suoi conoscenti più stretti, il contagio si è diffuso in luoghi che un po’ tutti frequentiamo. Contemporaneamente le scuole chiamano i genitori per andare a prendere in anticipo i propri figli e i supermercati chiudono. Nelle chat di WhatsApp circolano dei vocali di perfetti sconosciuti che danno notizie a metà, pseudo-consigli che non fanno che generare ancora più confusione. E i sindaci chiedono ai cittadini di chiudersi in casa. Tutto questo nell’arco di 24 ore. Il caos nelle nostre teste.

All’inizio abbiamo creduto (e ci hanno fatto credere) che questa faccenda riguardasse solo noi del Basso Lodigiano. E ci siamo persino illusi che il “sacrificio” potesse durare un paio di settimane.

Poi abbiamo voluto credere alla favola che si trattasse di un virus che colpiva persone già praticamente in punto di morte: per poterci tranquillizzare, perché tanto “io sto bene”, è una cosa che riguarda gli altri. E invece… Tanti anziani ma anche i giovani, tante persone con patologie pregresse, ma anche gente in buona salute. Che poi, se ci pensate un attimo: superata una certa età, la stragrande maggioranza delle persone ha qualche problemino di salute; ma tutto sommato si riesce a fare una vita normalissima, perché grazie al cielo viviamo in un paese dove ci sono medicine e controlli sanitari avanzati.

Nei primi giorni di quarantena, su chat e social, hanno iniziato a fare la voce grossa quelli che ritenevano esagerate le preoccupazioni per un’epidemia, e da subito sono montate le proteste di chi era stato costretto a chiudere le proprie attività. E poi. E poi le sirene delle ambulanze, continue, incessanti; le storie e i messaggi che arrivavano dal personale sanitario dei nostri ospedali, che lavorava senza sosta; l’impennarsi del numero dei contagi; e poi il susseguirsi dei volti, i volti di chi non ce l’aveva fatta. Volti, non solo deceduti, perché qui più o meno ci si conosce tutti. Gli stessi commercianti, quando ne avrebbero avuto l’opportunità, hanno preferito non riaprire.

Ed è arrivato il momento in cui ci siamo incazzati. Con quelli che non rispettavano le regole, uscivano in compagnia e magari organizzavano cene a casa con gli amici, postando pure le foto sui social.

Siamo stati i primi, un mese fa, a metterci in fila per entrare al supermercato a fare la spesa con la mascherina. Ad aspettare, con angoscia, l’esito del tampone di un nostro caro.

Quello che sta succedendo adesso in tutta Italia, insomma, mi sembra un film già visto…

Mi hanno contattata tanti colleghi dall’esterno della zona rossa, per sapere com’era la vita da reclusi. In alcuni casi ho avuto la percezione che fossimo considerati i “prescelti” per un esperimento sociale. Ho sempre voluto precisare che se non c’erano problemi di salute in casa, tutto sommato non si trattava di un grandissimo sacrificio. Preferivo non vedere nessuno, stare solo con marito e figli, per il bene nostro e degli altri. Sapevo che non avrei potuto riabbracciare presto i miei genitori: hanno già seri problemi di salute, entrano ed escono dagli ospedali anche senza pandemie in corso. Sappiamo cos’è una rianimazione. Ci siamo stati. Un’esperienza che non auguro a nessuno, vedere il proprio padre, intubato senza conoscenza, in una stanza con altri sconosciuti addormentati.

Abbiamo dovuto spiegare ai bambini (5 e quasi 3 anni) che fuori c’era l’influenza e non si poteva uscire. Abbiamo cercato di proteggerli il più possibile dalle nostre ansie. Ma alla fine stralci di telefonate, telegiornali, discorsi, sono arrivati anche alle loro orecchie. E nel loro vocabolario sono inevitabilmente entrate tre nuove parole: virus, polmonite e morti.

Anche il resto d’Italia ha iniziato a vivere come viviamo noi da ormai un mese. Per qualche famiglia sarà più difficile. I metri quadri non sono gli stessi per tutti, le condizioni economiche nemmeno; c’è chi in casa ha già grandi problemi, penso a chi ha bisogno di assistenza per i disabili. Ma fuori c’è un nemico che non guarda in faccia nessuno e che sta mettendo in ginocchio il nostro sistema sanitario. Se avrete bisogno del medico, potrete solo telefonare e aspettare, magari ore, prima di essere ricontattati. Verrete visitati soltanto quando sarete in condizioni critiche. E, se ce ne sarà bisogno, verrete portati via dalle vostre case in ambulanza da soli, senza sapere se e quando potrete rivedere i vostri cari.

Per questo tutti devono rispettare le regole. Adesso lo dicono anche i vip, ci sono gli spot. Ascoltate.

Nel nostro piccolo abbiamo ricostruito un equilibrio domestico che ci permette di goderci i bambini e lavorare. Ci alterniamo, sfruttiamo i momenti in cui i piccoli dormono. Anche se l’impressione è che ci sia tanto tempo a disposizione non lo sprechiamo mai. Ogni singolo minuto è prezioso. E abbiamo riscoperto luoghi della casa che di solito non sfruttiamo: quando c’è il sole si gioca sul balcone invece che in cameretta, la lieve salita che porta al box è diventato un divertentissimo scivolo per triciclo e bicicletta. E ho capito (grazie ai consigli di alcuni portali dedicati ai bambini) che concentrazione e curiosità sono più stimolate da banalissimi oggetti della quotidianità piuttosto che dai giocattoli visti nelle pubblicità: provate a fare un riccio con uno scolapasta rovesciato e un pacco di spaghetti.

In questo caso mi sento proprio di dire che ho avuto la fortuna di poter stare a casa: penso all’angoscia di chi è dovuto tornare al lavoro, seppure con le nuove norme sulla sicurezza. Oltre agli operatori sanitari, gli impiegati dei supermercati, i fattorini, gli autotrasportatori, gli operai di alcune aziende, le forze dell’ordine e i dipendenti degli uffici e del trasporto pubblico. Se questo dramma potrà insegnarci qualcosa è che lo smart working non è una scappatoia dei furbetti che vogliono lavorare di meno. Stiamo dimostrando che per alcune professioni può funzionare. È doveroso farlo: aria, fiumi e canali puliti ne sono la dimostrazione.

Come sempre, quando ci si trova in situazioni di grande difficoltà, si scopre anche il cuore grande di tante persone: qualcuno ha messo a disposizione la propria professionalità per aiutare i reclusi (psicologi, personal trainer,educatori), qualcuno ha organizzato una raccolta di tablet per mettere in contatto i pazienti degli ospedali e degli ospizi con i propri parenti, qualcuno dal sud ha mandato carichi di patate per gli indigenti del nord.

Questo confinamento tra le mura domestiche, poi, può essere utile per capire anche quali sono le persone che più tengono a noi, quelle che magari non sentivi da tanto tempo, ma che nel momento della difficoltà hanno voluto sapere come stavi o darti semplicemente un po’ di conforto con un messaggio. E’ un’occasione per fare un po’ di pulizia nella rubrica del telefono.

La situazione è ancora drammatica. Non sappiamo dire se il modello zona rossa del Basso Lodigiano ha funzionato al 100%, perché dopo due settimane il nostro isolamento è terminato e siamo stati accorpati al resto della provincia e della regione. Zone dove, fino a meno di due settimane fa, si continuava ad uscire, a frequentare locali, centri commerciali e posti di lavoro senza precauzioni, nonostante gli appelli.

Gli ultimissimi dati dei singoli paesi, dicono che qui comunque ci sono ancora contagi. Perché i tamponi vengono fatti a chi non riesce a guarire a casa ed è in condizioni molto serie. Persone che magari hanno i sintomi già da parecchio e calcolando il periodo di incubazione probabilmente sono state infettate intorno al 20 di febbraio.

Il virus corre veloce nel contagio, ma può manifestarsi a distanza di parecchi giorni. E nel frattempo può contagiare anche chi frequentate. Perciò state a casa: non è finita per noi, né per voi.

Memoriale Coronavirus

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