“Tu sai chi sono io?” Se nei panni di Caterina la Grande non poteva che alludere all’Imperatrice di tutte le Russie, da “semplice” Helen Mirren direbbe “sono una donna, cioè la creatura più meravigliosa dell’universo”. Pur navigando nelle ipotesi e desumendo la domanda retorica dalla nota serie tv HBO/Sky da lei interpretata, la splendida attrice britannica oggi celebrata con l’Orso d’oro Onorario alla Carriera della 70ma Berlinale (che le ha dedicato anche un corposo omaggio) è senza dubbio tra le donne più fiere di essere tali. Facendo subito capire che il femminismo è qualcosa di profondo, da radicare dentro prima che con gli striscioni fuori. Appartiene infatti al suo mito la reazione che ebbe in un’intervista negli anni ’70 quando le sue generose forme non potevano legarsi a un’attrice seria. Eppure recitava Shakespeare da anni, e non in teatri di provincia, ma inserita nella Royal Shakespeare Company come una delle più giovani interpreti di sempre.

Ma questa straordinaria e luminosa Signora del teatro e cinema mondiali – che legge le sceneggiature partendo dall’ultima pagina “per controllare che il mio personaggio sia ancora vivo!” – non si è mai montata la testa, benché la sua sia stata “incoronata” non poche volte nella più celebre delle quali come Elisabetta II, The Queen per eccellenza, con tanto di Oscar e infiniti premi a seguire. “Io vengo da una famiglia repubblicana però” tiene a precisare “ma rispetto Sua Maestà molto, e più passa il tempo più mi rendo conto della sua statura e iconografia benché il suo ruolo sia sempre più inconsistente”.

Felicissima e onorata del suo Orso onorario dalla Berlinale “uno dei festival più colti e rispettosi del cinema nel mondo” la 74enne Dame Elena Vasil’evna Mironova divenuta “Helen Mirren” per semplificare la pronuncia agli inglesi, è di nobile ascendenza russa, anzi proprio zarista, e non è un caso abbia accettato di buon grado di recitare nei panni di Caterina la Grande: una sorta di viaggio-nemesi a ritroso nella terra di famiglia. Ma tutto, in lei, parla British (inclusa l’ironica giacca nera indossata alla conferenza stampa che mostrava il simbolo dei Radiohead e la Union Jack sul retro) tanto da essere considerata una delle più rappresentative interpreti della cultura attoriale in Regno Unito.

Superba in teatro (“io volevo solo fare l’attrice di teatro, al cinema non pensavo… è arrivato dopo nella mia testa”), scelta per il cinema fra gli anni ‘60 e gli ‘80 da registi conterranei d’eccellenza come Michael Powell, Ken Russell, Lindsay Anderson, John Mackenzie e Peter Greenaway, (ma anche nuda stracult per Tinto Brass in Caligula) è stata “scoperta” dal cinema mondiale piuttosto tardi, ma questo non le ha impedito – si diceva – di sbancare statuette, coppe e globi di ogni forma e provenienza nelle centinaia di opere teatrali/cinematografiche e televisive dove è apparsa. Berlinale la omaggia anche con una conversazione con la film curator del MoMA di New York e cinque lungometraggi in cui è stata protagonista: The Cook, The Thief, His Wife & Her Lover di Peter Greenaway (1989), The Good Liar di Bill Condon (2019), The Last Station di Michael Hoffman (2009), The Long Good Friday di John Mackenzie (1980) e naturalmente l’iconico The Queen di Stephen Frears (2006) che lei stessa stasera presenterà al Berlinale Palast. Nota a margine ma non troppo: Dame Helen ha una masseria nel Salento e pare voglia recitare in un film pugliese, “qualunque”.

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