di Bruno Tommasini

L’emergenza coronavirus ha dimostrato che sappiamo attivarci quando è a rischio la salute pubblica, fino a fermare ogni attività anche se questo può causare danni all’economia di una comunità.

Dovremmo mantenere lo stesso atteggiamento e azione politica anche per contrastare l’inquinamento dell’aria e del suolo, responsabile di un numero di decessi di almeno tre ordini di grandezza più grande di quelli causati dal coronavirus (dai 40.000 ai 80.000 morti all’anno a seconda delle stime).

Chi di noi non ha avuto in famiglia un morto di tumore o altre patologie quasi sicuramente collegate ad un ambiente di vita inquinato e non sano? Le scuole non dovrebbero riaprire il servizio fino a quando le emissioni di inquinanti nell’aria, che sono regolarmente oltre il limite tutti i giorni in tutte le città della Pianura padana, non rientrassero entro valori tutelanti per la salute pubblica.

L’emergenza è sotto gli occhi di tutti, innegabile più di qualsiasi pandemia, non resta che attivarsi e lo sappiamo fare. I sindaci, che sono i responsabili della salute dei propri cittadini, hanno il potere per prendere certe iniziative. Gli studenti, che sono scesi già in piazza diverse volte con i Fridays for future, sanno già come fare e non bisogna insegnargli niente.

Si tratterebbe di misure di emergenza che, invece di isolarci e farci vivere nella paura come in questi giorni di contagio, ci farebbero scoprire azioni collettive che ci mostrerebbero il bello di far parte di una comunità che agisce insieme per il bene comune e la propria salute.

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