“Il procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso in un agguato della ‘ndrangheta il 26 giugno 1983, è stato la prima vittima di mafia al nord. È stato un servitore dello Stato e la sua condotta si colloca fuori dall’ordinario, non per i passi in avanti che ha fatto in prima persona, ma per i passi indietro che hanno compiuto altri. E voglio ricordare le parole di Falcone che ha detto che ‘si muore perché spesso si è privi delle necessarie alleanze‘”. Così il procuratore generale della Cassazione Alfredo Viola nella sua requisitoria all’udienza per l’omicidio del magistrato, aggiungendo che si tratta di una vicenda dalle “trame ampie e complesse” e che ancora non sono stati identificati tutti i componenti del gruppo di fuoco che spararono a Caccia appena uscito di casa.

L’accusa ha quindi chiesto la conferma della condanna all’ergastolo per Rocco Schirripa, il panettiere accusato di aver ucciso il procuratore. Per questo omicidio è stato già condannato in via definitiva al carcere a vita il boss della ‘ndrangheta Domenico Belfiore, considerato il mandante. Secondo l’accusa, Caccia era un “ostacolo” alle attività criminali della malavita organizzata nel capoluogo piemontese. La corte d’assise d’appello di Milano aveva confermato l’ergastolo all’imputato un anno fa e anche in primo grado all’imputato era stato inflitto il fine pena mai. Il panettiere pluripregiudicato era stato arrestato il 21 maggio 2016,

Il giorno del verdetto d’appello Paolo Caccia, figlia del magistrato, aveva detto: “Sono contenta che sia finita così, anche se mi dispiace molto perché mi è sembrato che ci fosse una certa fretta di concludere. Non mi sembra che sia stato dato di nuovo abbastanza spazio a quello che stava intorno a questo imputato”. “Questa sentenza conferma la responsabilità di uno dei colpevoli, bisogna cercare gli altri” aveva dichiarato l’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia che si è costituita parte civile. Proprio i familiari di Caccia, infatti, hanno sempre insistito affinché si indagasse su una cosiddetta ‘pista alternativa‘ che intreccia mafia e servizi segreti.imputato si è sempre dichiarato non colpevole. “Non ci sto più a stare in carcere da innocente” e “mi fa veramente rabbia che queste persone si vendichino su di me per avere i loro benefici”, aveva detto Schirripa nell’udienza del 5 febbraio scorso, parlando dei pentiti di ‘ndrangheta che hanno fatto il suo nome nel dibattimento di primo grado in cui era stato condannato all’ergastolo. L’imputato aveva reso dichiarazioni spontanee dopo la requisitoria del sostituto pg Galileo Proietto che ha chiesto la conferma della condanna al carcere a vita inflitta nel luglio 2017. Schirripa era stato arrestato nel dicembre 2015, a oltre 30 anni dal delitto. Tra le prove dell’inchiesta del pm di Milano Marcello Tatangelo (ora sostituto pg a Torino) alcuni dialoghi intercettati tra Domenico Belfiore e altri ‘ndranghetisti, tra cui Placido Barresi, boss ed ergastolano, ora in semi-libertà. “Rocco Schirripa non c’entra niente e non lo dico io, ma i fatti”, aveva aggiunto l’imputato parlando di se stesso in terza persona. “Hanno studiato a tavolino per trovare un capro espiatorio e hanno scelto me perché ero una preda facile: sono compare di Domenico Belfiore, sono pregiudicato e sono calabrese. Non mi sono mai macchiato di fatti di sangue, lo grido con tutte le mie forze: sono innocente”

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