L’imponente scena dell’incidente ferroviario di Lodi e il dolore per i due macchinisti morti sul lavoro, alle cui famiglie va tutta la mia solidarietà, non devono farci dimenticare che il treno è uno dei mezzi più sicuri (e meno inquinanti) per muoversi. Sulla strada muoiono 10 persone al giorno, ogni santo giorno. Solo nel 2018 – un anno nero per gli incidenti in treno – sono morte 73 persone in ambito ferroviario (per lo più a causa di “indebita presenza” sui binari e in minima parte per deragliamenti, come riporta la relazione Ansf) e 3334 sulla strada.

L’auto è 45 volte più letale del treno. Sulle ferrovie, i guasti e gli errori umani possono essere ridotti a zero (se si investe a dovere sulla manutenzione e tecnologia), mentre sulla strada la variabile della distrazione e della prepotenza umana impera.

Se abbiamo a cuore la salute e la sicurezza, occorre investire sui treni, invogliare la gente a muoversi in treno. Secondo l’ingegner Francesco Ramella, noto critico dei mezzi pubblici e analista dell’Istituto Bruno Leoni (centri studi liberista), è invece vero il contrario: visto che sulle strade ci sono troppi morti, bisogna investire sulle strade. Se si trattasse di investire solo sulla manutenzione delle strade esistenti, potrei anche essere d’accordo. Ma da decenni il grosso degli investimenti statali e regionali è servito per creare nuove strade e autostrade, passanti, bretelle, svincoli e via cementificando, che attirano nuovo traffico in una spirale senza fine. Così, mentre le strade in Italia si sono ramificate come piovre (30mila km solo quelle gestite dall’Anas), le rotaie sono diminuite, con un continuo taglio (nel 2018 c’erano 19.400 km di rotaie, nel 1942 ce n’erano 23.200).

Siamo uno dei Paesi europei che si sposta di più in auto (in media il 58% degli spostamenti, ma varie località hanno punteggi molto più alti) e il Paese con maggior tasso di motorizzazione (645 auto ogni 1000 abitanti). Oltre a inquinare l’aria, saturare lo spazio, rendere le città invivibili, questo esagerato numero di auto uccide quotidianamente vite umane.

Investire in ferrovie d’altra parte non dovrebbe significare unicamente finanziare i treni Alta Velocità (la tendenza in Italia nell’ultimo decennio), ma soprattutto i treni regionali, che spesso sono la Cenerentola degli investimenti (anche se è stato avviato il piano per 600 nuovi treni regionali), fondamentali affinché la gente molli l’auto (i treni Av sono però molto utili nelle medio-lunghe distanze, dove fanno concorrenza agli inquinanti voli aerei).

In Svizzera, ad esempio, le linee secondarie regionali sono efficienti e capillari e il tasso di motorizzazione è diminuito in modo costante dal 2016. In Svizzera una famiglia su quattro non ha l’auto e nelle città la percentuale aumenta.

Il rapporto Pendolaria 2019 invece afferma che “in Italia nel 2019 non è stato inaugurato neanche un chilometro di linee di metropolitane e nel 2018 solo 0,6 km. Per colmare il gap attuale con gli altri grandi Paesi europei dobbiamo decidere che la priorità dei prossimi anni è costruire 200 chilometri di metro, 250 di tram, 300 di linee suburbane.” Eppure, il già citato Ramella dice che questi investimenti non favoriranno la crescita economica e il Pil e quindi non s’hanno da fare.

Ma che cosa ci facciamo col Pil se poi la gente muore? Che ci facciamo col Pil se l’aria è inquinata, i bambini vengono falciati sulla strada, il cemento avanza, le città sono congestionate e il clima è impazzito?

Il Pil crescendo risolverà questi problemi? No, li sta solo aggravando. Il tanto sbandierato disaccoppiamento tra crescita economica e impatto ambientale non è dato. L’attuale modello socio-economico è incompatibile con le capacità di carico, rigenerazione e metabolizzazione della biosfera.

Non è comunque la prima volta che Ramella si scaglia contro la mobilità sostenibile e il movimento per il clima: del luglio 2018 è un suo articolo sul Fatto Quotidiano dal titolo esplicito “Se la mobilità sostenibile è nemica dell’ambiente”. In realtà, secondo l’Agenzia Europea Ambiente, le ferrovie in Europa emettono solo lo 0,5% di gas climalteranti, mentre il traffico su strada emette il 72%, l’aviazione e il trasporto marittimo rispettivamente il 13,4 e il 13,6% (ma sono in rapida ed esponenziale crescita). Si capisce bene chi è il vero nemico del clima.

Nel settembre 2019 dalle colonne del Foglio rassicurava: “Gli impatti del clima saranno piccoli rispetto alla crescita economica attesa per questo secolo”. Certo, talmente piccoli che l’Ipcc parla di 280 milioni di profughi climatici entro il 2050, e la comunità scientifica ci mette in guardia sul fatto che entro pochi decenni circa il 75% delle specie viventi scomparirà dalla Terra. Ma la crescita economica, secondo il capitalismo liberista duro e puro, val bene il disastro climatico.

Se vogliamo invece coltivare qualche chance di salvezza, Pil o non Pil, le rotaie vanno incentivate, protette e ampliate.

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