L’ambasciatore italiano al Cairo Giampaolo Cantini che non risponde “da molto tempo”. Le “zone grigie” di Egitto e Italia nella gestione delle indagini. Le ragioni “fuffa velenosa” di Angelino Alfano da ministro degli Esteri e la richiesta dell’ex premier Matteo Renzi di un colloquio non alla presenza dei legali. Ma anche gli interventi dei due governi Conte: l’impegno personale del presidente della Camera Roberto Fico e il caso di Di Maio che “ha permesso ad al-Sisi di dire ‘Giulio uno di noi'”. La mamma e il papà di Giulio Regeni sono stati sentiti per la prima volta dalla commissione di inchiesta parlamentare sulla morte del ricercatore friulano in Egitto. Insieme a loro anche l’avvocata Alessandra Ballerini. Nel corso dell’audizione i tre hanno rivelato nuovi particolari sul caso: di come è stato gestito dalle autorità italiane ed egiziane dal momento del ritrovamento del corpo, avvenuto il 4 febbraio 2016, ma soprattutto dei quattro anni di indagini trascorsi fino a questo momento. La legale in particolare ha parlato di un sistema egiziano “paranoico” che arriva a spiarli costantemente, tanto che ha presentato un esposto alla procura di Genova. E ha parlato di “altri italiani che sono stati presi” negli anni e ha illustrato quello che secondo lei era un “meccanismo oliato” di interventi ufficiosi delle nostre autorità per liberare i connazionali e che “nel caso di Giulio non ha funzionato“. Alla luce di queste dichiarazioni, il presidente della commissione Erasmo Palazzotto ha dichiarato: “Ora sentiamo ancora di più la responsabilità della nostra missione. Non trascureremo nulla, ascolteremo tutte le persone coinvolte, chiederemo ai protagonisti di venire a raccontare il loro operato in questa vicenda e valuteremo con l’ufficio di presidenza se ascoltare gli ex premier e ministri e quelli attuali”. La famiglia, ha concluso, “ha legittimità di chiedere alle istituzioni atti concreti e forti che restituiscano dignità al Paese”.

L’accusa all’ambasciatore e il ruolo di Alfano – Tra le novità più importanti emerse oggi, c’è il fatto che l’ambasciatore rinviato in Egitto dall’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano ha interrotto i rapporti con la famiglia Regeni. Un fatto finora mai trapelato. “Evidentemente”, ha detto Paola Deffendi, “persegue altri obiettivi rispetto a verità e giustizia, mentre porta avanti con successo iniziative rivolte all’agevolazione di scambi economici, affari, politica e turismo”. Una versione confermata anche dall’avvocata Ballerini: “Cantini non risponde alle nostre mail e neanche a quelle della famiglia. E lui come primo punto del suo mandato aveva quello di cercare verità e giustizia per Giulio”. Era il 14 agosto 2017 quando l’allora ministro decise di rinviare l’ambasciatore al Cairo, nonostante non fossero stati fatti passi avanti sul fronte giudiziario e malgrado le tante polemiche che sollevò la decisione. Proprio le motivazioni addotte da Alfano in quell’occasione, ha continuato Deffendi, “si sono dimostrate fuffa velenosa. Chiedo che rapporti ha ora Alfano, che ora fa l’avvocato, col suo studio legale con l’Egitto”. L’ex ministro infatti, dal termine del suo incarico nel governo Gentiloni nel 2018, ha iniziato a lavorare per il nuovo team dello studio legale Bonelli Erede. Su questo punto Paola Deffendi ha chiesto che la commissione d’inchiesta indaghi.

Il colloquio con Renzi non alla presenza degli avvocati – Alfano non è l’unico politico che è stato tirato in causa dalla famiglia di Giulio. “Abbiamo incontrato l’allora premier Matteo Renzi per la prima volta il 7 marzo 2016″, ha detto Claudio Regeni, “e ci ha detto di andare da lui senza legali. Una cosa molto strana“. E soprattutto, una “cosa che oggi non accetteremmo più”. “Ci ha detto che aveva una strategia per smuovere gli egiziani e subito dopo è apparsa un’intervista del presidente egiziano al Sisi a Repubblica”. Il riferimento è appunto a un colloquio con il presidente egiziano dell’allora direttore Mario Calabresi. Ma non solo. “Al secondo incontro”, ha continuato il padre di Giulio, “Renzi ci ha fatto un discorso come se fossero già in Italia i famosi video delle telecamere di sorveglianza della metro del Cairo, cosa che a quel tempo ufficialmente non era ancora avvenuta”. I video delle telecamere sono stati consegnati ufficialmente all’Italia il 15 maggio 2018, quindi due anni dopo rispetto a quanto l’ex premier aveva fatto intendere ai genitori. “Ci venne detto come se quei video fossero stati già visti. Noi restammo basiti”, ha concluso la madre.

“Se la politica non collabora a costruire un quadro favorevole, i pm non vanno avanti” L’intervento di Paola Deffendi in commissione si è aperto con un appello al Parlamento: “Se la politica non collabora a costruire un quadro favorevole”, ha esordito, “la procura di Roma non riesce ad andare avanti. C’è una trama incredibile sotterranea. Una prima barriera alla verità viene già fatta in Italia e qualcuno la permette. Con l’invio dell’ambasciatore Cantini a il Cairo nel 2017 si è interrotto il filo di collaborazione tra le procure”. Il padre Claudio Regeni ha parlato delle responsabilità dei singoli Stati e dei tanti punti che restano ancora da chiarire: “Ci sono zone grigie sia dal governo egiziano, che è recalcitrante e non collabora come dovrebbe, ed anche da parte italiana, che non ha ancora ritirato il nostro ambasciatore al Cairo. Da tempo chiediamo il ritiro dell’ambasciatore”.

I genitori hanno quindi ricostruito i giorni immediatamente successivi al ritrovamento del corpo di Giulio Regeni. “Abbiamo scoperto”, ha detto Deffendi ricordando uno dei momenti più difficili per la famiglia, “che Giulio era stato torturato leggendo i giornali. Non ci era stato riferito dall’ambasciata per una sorta di tutela nei nostri confronti ed è stata una super-botta per noi“. La denuncia di scomparsa di Giulio, hanno raccontato ancora, “fu fatta nella persona del braccio destro dell’ambasciatore Maurizio Massari, 24 ore dopo perché così è la prassi. Quindi se la scomparsa è del 25 gennaio la denuncia alla polizia avviene il 26 e in tarda notte dove viene trattato in malo modo dalla polizia” egiziana. Il papà di Giulio ha sottolineato che il collaboratore dell’ambasciatore “ha fatto fatica a farsi dare conferma di denuncia scritta: c’erano già dei segnali”. Tra le varie anomalie, i genitori hanno riferito che proprio da oarte allora ambasciatore Massari non ci fu completa collaborazione: “Fin dall’inizio avevamo chiesto all’ambasciatore sia le immagini delle telecamere sia la geolocalizzazione del telefono, secondo noi non è stato fatto nulla di tutto questo”. E hanno aggiunto: “Abbiamo saputo che in quei giorni della scomparsa di Giulio, tra il 25 gennaio ed il 4 febbraio di 4 anni fa, era presente al Cairo il direttore dell’Aise, Alberto Manenti“.

“Non sappiamo cosa sapesse né cosa avesse concordato con la docente”
Deffendi
ha anche parlato della ricerca accademica del figlio e dei punti sui quali ancora non hanno ricevuto risposte: “Giulio era andato al Cairo come ricercatore, non perché gli piaceva girare per bancarelle. Doveva essere un approfondimento sul campo di una ricerca molto più ampia, storico-sindacale. Non sappiamo cosa sapesse né cosa avesse concordato con la docente”. Proprio questo è uno degli elementi su cui i genitori insistono e che rimangono oscuri dopo quattro anni.

Solo ieri, la madre, intervistata dal Corriere della sera, aveva detto: “La professoressa Maha Abdelrahman dovrebbe avere il coraggio di rispondere con onestà e chiarezza elle domande che la Procura le ha posto con la rogatoria internazionale senza ‘se’ e ‘non ricordo’. Sarebbe nel suo interesse etico e professionale. Ci domandiamo se dorme tranquilla”. Deffendi in commissione d’inchiesta ha aggiunto: “Parlando con varie persone ed esperti è emerso che la ricerca di per sé non era pericolosa, sono tematiche abbastanza nella norma. Dopo l’uccisione di Giulio abbiamo capito che l’Egitto è un Paese con una forte dittatura, che potrà essere comoda” per i rapporti commerciali, “ma che ha molte paranoie”. “Ho conosciuto una ragazza della Sapienza che è andata al Cairo dopo Giulio per effettuare gli stessi studi. Quindi di per sé la ricerca non era pericolosa se l’università ha continuato a mandare degli studenti. Lui doveva stare fino al 3 marzo e doveva ancora incontrare i sindacati governativi”.

Dalla Mogherini a Fico e Di Maio: i genitori ripercorrono l’impegno dei politici negli ultimi quattro anni
Nei quattro anni di indagini e rapporti difficili con l’Egitto, l’Italia ha giocato un ruolo non sempre lineare. E a seconda dei politici che si sono fatti carico della questione, i comportamenti sono stati diversi. La madre di Giulio Regeni, davanti alla commissione, ha ripercorso i vari colloqui avuti con le istituzioni. Innanzitutto, tra i primi faccia a faccia, ha ricordato quello con Federica Mogherini, ex Alta rappresentate per la politica estera Ue. “Le abbiamo chiesto”, ha detto, “quali fossero state le sue azioni per Giulio in Europa. Quello non è stato per noi un colloquio illuminante. Alla richiesta di fare una fotografia abbiamo detto di no“. Quindi ha continuato: “Col primo governo Conte è diventato presidente della Camera Roberto Fico che rispetto alle altre situazioni è stato il primo che si è proposto di chiamarci”. Alla terza carica dello Stato i genitori di Regeni hanno riconosciuto un impegno serio nell’affrontare la vicenda. “A giugno del 2018 abbiamo incontrato il ministro Moavero Milanesi”, ha detto. “E lo stesso giorno abbiamo incontrato il premier Conte. Tutti ci dicono che vogliono verità e giustizia. All’interno di quell’incontro ci rendiamo conto che spesso le persone che andiamo a incontrare nel governo non hanno ben chiaro chi fosse Giulio, che era un ricercatore che non vuol dire studente, che non era né giornalista né blogger. Molte volte le persone che incontriamo non capivano e non sapevano. Questo è gravissimo”. Paola Deffendi ha inoltre specificato di non aver “mai incontrato Salvini”. E ha ricordato che “nel luglio 2018 il vicepremier Matteo Salvini va al Cairo. Poi in successione molto rapida il ministro Moavero Milanesi va sempre a incontrare al Sisi, sempre per la Libia, e seguono sempre promesse da marinaio di al Sisi”.

A questo punto la madre di Regeni ha ricordato uno degli episodi più contestati degli ultimi mesi: “Poi il 30 agosto del 2018 Di Maio va sempre al Cairo e permette ad al-Sisi di dire che ‘Giulio era uno di noi’. Una cosa per noi molto dolorosa e terribile”. Il riferimento è appunto alla dichiarazione dell’ex capo politico dei 5 stelle ed ex vicepremier Di Maio che, al termine del faccia a faccia con il presidente egiziano, ha deciso di riportare ai giornalisti proprio quella affermazione. Le ultime tappe ricordate dalla famiglia sono: “Il 16 e 17 settembre Fico va al Cairo e contrariamente alle altre situazioni, va e va solo per Giulio e lo fa presente. Il ministro Moavero il 30 novembre convoca l’ambasciatore egiziano, solite promesse. Il 13 dicembre il Parlamento italiano sospende i rapporti con il parlamento egiziano. E’ un atto forte“. Infine i coniugi hanno riferito l’ultimo incontro con l’attuale ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del 6 ottobre 2019: “Ci siamo andati con il bagaglio degli ultimi quattro anni e abbiamo ribadito la richiesta di richiamare l’ambasciatore italiano al Cairo per fargli raccontare cosa ha fatto fino a oggi”.

L’avvocata: “Altri italiani sono stati presi. E’ da capire perché un meccanismo oliato nel caso di Giulio non ha funzionato”
Dopo i genitori, è intervenuta l’avvocata Alessandra Ballerini che ha denunciato il fatto che lei e la coppia sono “continuamente spiati dagli egiziani”: “Ho presentato un esposto alla procura di Genova”, ha detto. “Tempo fa ho comunicato al telefono con i nostri consulenti e loro sono stati subito chiamati a riferire dal commissariato di Doki. Ancora adesso ai convegni in Italia c’è qualche egiziano che fotografa i presenti”. Ballerini ha poi parlato delle anomalie dell’indagine. “Giulio è stato preso il 25 gennaio e i genitori hanno ricevuto la notizia il 27: questo non è normale. Che la famiglia per due giorni non sappia che il figlio è sparito è elemento di riflessione e dolore. Tante cose si potevano fare in due giorni“, ha detto. “Loro partono da soli a loro spese per l’Egitto e non vengono messi in sicurezza”.

Ballerini ha poi ricostruito quello che secondo lei era una prassi al Cairo e in Egitto: “E’ evidente che Giulio è stato preso dagli apparati egiziani, tanto che Massari si attivò parlando con il ministro degli Interni e le stazioni di polizia”. L’avvocata ha aggiunto che Massari si è mossa così “perché ce lo hanno ribadito altre persone, Giulio non è il primo italiano preso: è il primo che viene torturato e ucciso, ma altri italiani sono stati presi, e in un caso uno è stato molto maltrattato”. “Per questo motivo Massari ha usato una strategia sotto traccia, una strategia già collaudata nel tempo e funzionante per altri casi di italiani”. Italiani che, dopo essere stati rilasciati, “sono così terrorizzati che non parlano. Uno ci ha contattato, pentito per non aver parlato perché ci ha detto che magari si sarebbe saputo che l’Egitto non è un Paese sicuro”. E’ da capire, secondo la legale, per quale motivo un meccanismo “oliato” nel caso di “Giulio non ha funzionato”.

Secondo Ballerini, il motivo per cui è stato ucciso Giulio non è la ricerca: “Non è la risposta. Altri facevano ricerche potenzialmente più pericolose della sua. E’ stato ucciso perchè si trovava in un regime paranoico dove tutto può succedere perché non c’è il minimo rispetto per i diritti umani”. Per Ballerini “l’Italia dovrebbe inserire l’Egitto nella lista dei Paesi non sicuri: lì 3-4 persone ogni giorno fanno la fine di Giulio”. Mentre alla domanda su “cosa ha funzionato”, la legale ha replicato: “Ha funzionato la nostra rete di collaboratori al Cairo che rischia ogni giorno, gratuitamente, alcuni a volte per tutelare la loro incolumità devono dormire in macchina. Ha funzionato il presidente della Camera Roberto Fico, funziona mettersi una spilla gialla. Funziona che mettano striscioni, non quando li tolgono. Funzionano i bravi giornalisti che chiedono ad al-Sisi di Giulio”.

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