Collaborare con le autorità italiane e fare piazza pulita di tutti i soggetti che potrebbero portare a una versione alternativa rispetto a quella fornita dall’autorità del Cairo: la strategia tenuta dell’establishment egiziano sull’omicidio di Giulio Regeni appare sempre più chiara. Oggi la procura del Cairo consegnerà le immagini delle telecamere di videosorveglianza della metropolitana che potrebbero fare luce su quanto accaduto nell’ultimo tratto di strada fra il quartiere di Doqqi e il centro della capitale percorso dal ricercatore di Fiumicello la sera del 25 gennaio 2016, il giorno della sua sparizione.

In questo lasso di tempo le autorità egiziane non hanno mai fornito dati sufficienti – tra questi anche parti decisive dei tabulati telefonici – per capire se Giulio sia scomparso nel tragitto fra casa sua e la fermata Bohooth, all’interno della metropolitana, o nel breve tratto di strada tra la stazione di Mohammed Naguib e il ristorante in cui lo attendeva un suo amico. Le immagini sembrano un altro piccolo tassello dell’indagine, ma arrivano dagli inquirenti dopo quasi due anni e mezzo dal ritrovamento del corpo torturato di Regeni nella periferia del Cairo, e a 5 mesi di distanza dalla consegna del faldone di mille pagine che avrebbe dovuto aggiungere nuovi dettagli ai nomi e agli elementi già in possesso della procura di Roma.

Quello stesso fascicolo era stato consegnato anche agli avvocati dell’ECRF, l’Egyptian Commission for Rights and Freedom, l’organizzazione non governativa che rappresenta la famiglia Regeni al Cairo. Un gesto apparentemente di apertura e riconoscimento verso chi da due anni cerca di svolgere un’inchiesta parallela rispetto agli elementi che la procura egiziana fornisce ai suoi omologhi italiani. Ma quel faldone per cui gli avvocati egiziani hanno tenuto le bocche cucite, e che comunque non sembra aver portato a nuove rivelazioni, è stato solo un atto di maquillage politico. E anche la consegna delle immagini delle telecamere di oggi rischia di rivelarsi l’ennesimo gesto di facciata per chiudere un caso che, nonostante i rapporti commerciali tra Egitto e Italia siano ripresi a gonfie vele, crea sempre più imbarazzo tra la stretta cerchia del Consiglio Militare egiziano.

Secondo quanto dichiarato alcuni giorni fa dal legale italiano della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, le immagini che il Cairo farà pervenire oggi ai magistrati romani sarebbero sì visualizzabili, ma senza i riferimenti di data e ora: la ricerca di un fotogramma in cui compaia Giulio, dunque, potrebbe essere più complicata del previsto. D’altronde, l’intera gestione della vicenda è stata costellata da un insieme di mosse maldestre da parte delle autorità egiziane. Nel marzo 2016 uccisero 5 persone in un finto agguato e li spacciarono per una banda di rapitori di stranieri. In quel frangente vennero fatti ritrovare anche i documenti di Giulio all’interno della casa dei presunti rapitori. La messa in scena fu talmente sconcertante che il governo italiano, ancora titubante sulla gestione della vicenda, ritirò l’allora ambasciatore italiano Maurizio Massari.

Oggi però il quadro potrebbe cambiare. Secondo una fonte vicina alla diplomazia egiziana – che nel complesso sistema di potere del Paese è in rotta con l’esercito per la troppa ingerenza in materia di politica estera – i militari avrebbero preso in mano la situazione invitando la procura egiziana a proporre un accordo per mettere definitivamente la parola fine alla vicenda. E la consegna delle immagini delle telecamere, su cui le autorità hanno tergiversato per anni – sostenendo prima che fossero sovrascritte, poi rifiutandosi di farle uscire dal Paese per farle analizzare da dei tecnici specializzati in Germania e infine millantando l’intervento di un’azienda russa che però non ha mai toccato i materiali – potrebbero essere il primo passo. Le autorità egiziane offrirebbero a piazzale Clodio il processo a una decina personalità di spicco dei servizi segreti civili e militari a patto che i loro nomi non vengano mai rivelati. Da diversi mesi circolano già tre nomi e non è certo che siano nella lista che i militari egiziani si dichiarerebbero disponibili a processare. Di loro abbiamo solo degli scarni interrogatori fatti dai magistrati egiziani, perché agli italiani non è mai stato permesso di interrogare i sospettati.

Il primo è quello di Sharif Magdi Abdlaal, il capitano della sicurezza di Stato, è l’uomo che teneva i contatti con Mohammed Abdallah, il capo degli ambulanti che ha filmato Giulio durante il loro incontro. Poi c’è Mahmoud Hendy, l’ufficiale che ha messo in atto il depistaggio dei cinque uomini giustiziati nel marzo del 2016, spacciati per una banda di rapitori di stranieri. Gli inquirenti italiani sono in possesso anche di un quarto nome, quello di Osan Helmy, che secondo i tabulati telefonici analizzati da Sco e Ros sarebbe uno degli agenti della National Security che hanno arruolato Mohammed Abdallah.

Che le indagini, sia quelle svolte da piazzale Clodio sia quelle svolte dall’ECRF, conducano ai livelli più alti dei servizi interni e dei militari dell’apparato egiziano è fatto noto. Ed è ben più di una congettura il collegamento con i continui attacchi all’organizzazione che rappresenta la famiglia Regeni al Cairo. Nella notte fra il 10 e l’11 maggio le forze di sicurezza hanno fatto irruzione a casa di Mohammed Lotfy, il direttore dell’ECRF. Dopo la perquisizione hanno portato lui e la sua famiglia, la moglie Amal Fathy e il figlio di 3 anni, in carcere. Poche ore dopo lo hanno rilasciato assieme al figlio mentre alla moglie è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare di 15 giorni. Le accuse sono relative a un video che la Fathy aveva postato su Facebook, nel quale accusava le forze dell’ordine di non tutelare le vittime di molestie (in Egitto sono un fenomeno molto diffuso e riguardano più il 90% delle donne). Secondo il procuratore generale la Fathy sarebbe colpevole di incitamento all’odio contro il regime egiziano, diffusione di notizie false e uso improprio dei social media.

Inoltre, il procuratore ha notificato l’iscrizione nel registro degli indagati in un’altra inchiesta precedente relativa alla sua presunta affiliazione a un gruppo terroristico. È la settima volta che l’organizzazione viene colpita dall’inizio della vicenda. Prima l’arresto del direttore e la detenzione prolungata di Ahmed Abdallah nel 2016, poi quello di un loro consulente, Ibrahim Metwally, prelevato dall’aeroporto mentre si recava a un convegno a Ginevra e tenuto in detenzione segreta per alcuni giorni. L’arresto di Amal Fahty sembra il culmine di una strategia che ora arriva a colpire anche i famigliari dei legali del centro. Nei loro uffici al Cairo c’è sgomento, ma l’arrivo dei magistrati romani al Cairo impone cautela. “Il nostro comunicato parla da solo”, si limitano a dire gli avvocati. “È la settima volta che il nostro centro viene attaccato da quando rappresentiamo la famiglia di Giulio. Il pericolo si fa sempre più grande”. La pensa così anche Paola Defendi, la madre di Giulio Regeni, che da due giorni è in sciopero della fame per chiedere la liberazione di Amal Fathy, in staffetta con l’avvocato Ballerini.