Il centro di gathering and departure (raggruppamento e partenza) di Tripoli gestito dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dove i migranti erano assistiti in attesa del trasferimento fuori dalla Libia, ha sospeso le operazioni per ragioni di sicurezza. “Come facciamo adesso? Non sappiamo dove andare. Se avremo modo di imbarcarci, ci imbarcheremo. Ma poi ci riportano indietro. Siamo bloccati qui”, racconta a ilfattoquotidiano.it un richiedente asilo dalla periferia di Tripoli. Jean-Paul Cavalieri, responsabile della missione dell’Unhcr in Libia, è stato chiaro: “Temiamo che l’intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo in pericolo la vita di rifugiati, richiedenti asilo e altri civili”. Ma proprio le richieste d’aiuto di quei migranti rivolte all’organizzazione internazionale settimane prima sono rimaste senza riposta. Ilfattoquotidiano.it è entrato in possesso di una lettera consegnata da un gruppo di migranti assistiti dall’agenzia Onu ai suoi rappresentanti in Libia, due settimane fa. Missiva che l’agenzia ha inizialmente negato di aver ricevuto, per poi cambiare la propria versione. “Noi, i richiedenti asilo nell’area di Tripoli, chiediamo disperatamente aiuto perché le nostre vite possano essere salvate – si legge nella richiesta di assistenza – Due giorni fa, il 10 gennaio, due nostri giovani fratelli sono stati uccisi a Tripoli dieci giorni dopo aver lasciato il vostro centro e aver aderito al programma di assistenza urbana. Piangiamo le loro morti e le morti di molti più rifugiati che hanno perso la vita a Tripoli”.

Secondo quanto riporta il Guardian, i due giovani eritrei uccisi erano stati costretti ad abbandonare il centro a causa del sovraffollamento. Unhcr, che ha confermato che le vittime erano inizialmente ospitate nella struttura, sostiene invece che i due giovani l’avrebbero abbandonata volontariamente, ammettendo solo successivamente di aver incoraggiato gli ospiti del complesso a lasciare la struttura a causa del sovraffollamento. “La situazione attuale rende insostenibile la gestione del centro”, hanno dichiarato dall’organizzazione a Ilfattoquotidiano.it, ammettendo di “essere limitati nelle opzioni che siamo in grado di offrire ai migranti” a causa di un numero insufficiente di posti disponibili per evacuazione e ricollocamento in Paesi terzi. Il centro, che avrebbe potuto ospitare un massimo di 700 persone, ne accoglieva in realtà più di 1200. “Ma non funziona più come un centro di transito”, si spiega nel comunicato diffuso giovedì.

Per questo Unhcr Libia ha creato un programma di “assistenza urbana”: l’organizzazione fornisce soldi e kit d’igiene ai migranti incitandoli però a trovare una sistemazione autonomamente a Tripoli. “Il 20 gennaio, Unhcr ha trasferito 14 persone dal centro di raggruppamento e partenza al Community Day Centre (un centro che fornisce assistenza diurna, ndr), dove hanno ricevuto assistenza e denaro. Il giorno seguente, altre 18 persone sono state trasferite secondo le stesse modalità”, comunicava infatti l’Unhcr Libia il 24 gennaio, confermando che il trasferimento fuori dal Centro di Raggruppamento e Partenza aveva già avuto inizio. Sono proprio i migranti sotto il programma di “assistenza urbana” a firmare la lettera ottenuta da ilfattoquotidiano.it: “Da aprile 2019, la Libia non è un posto sicuro né per i libici né per i migranti. In quanto stranieri senza alcun diritto legale, senza la presenza di un governo affrontiamo estorsioni e crimini quotidiani nelle strade di Tripoli da parte delle milizie. Viviamo nella paura dei trafficanti di esseri umani. I criminali entrano regolarmente nelle nostre case, rubano i nostri soldi e abusano di noi. Abbiamo perso i nostri fratelli, ma domani potrebbe toccare a noi”, raccontano coloro che si firmano come “i richiedenti asilo della Libia” e scelgono di restare anonimi per evitare ritorsioni.

Nella lettera, i firmatari spiegano di aver chiesto ai rappresentati dell’organizzazione internazionale un incontro per “provare a trovare una migliore soluzione insieme”: “Abbiamo raccontato tutti i nostri problemi e ci hanno risposto che anche loro ne hanno. Pensano ai loro problemi, non ai nostri“, racconta un richiedente asilo su una chat che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare. “Non sappiamo cosa fare, non sappiamo dove andare. Abbiamo aspettato di fronte all’ufficio per poter consegnare la nostra richiesta d’aiuto, ma non ci facevano entrare”.

Alla fine, un incontro tra i rappresentanti dell’organizzazione e un gruppo di migranti è effettivamente avvenuto, come confermato al fattoquotidiano.it da Unhcr Libia che ha inizialmente negato di essere a conoscenza della lettera, per poi confermare di averne ricevuta non una, ma ben tre: “Ci contattano regolarmente, ma purtroppo le nostre capacità di fornire assistenza in un Paese in guerra restano limitate”, spiegano. Un incontro che, però, non è andato come i migranti sotto la protezione di Unhcr speravano: “A loro non importa di noi. La guerra si avvicina e noi non sappiamo cosa fare, non sappiamo dove andare”.

La lettera dei migranti si conclude con un appello disperato: “Noi, i rifugiati della Libia, vi chiediamo per favore aiuto. Aiutateci a salvare le nostre vite. Abbiamo un disperato bisogno di trasferimento di emergenza in un rifugio o campo esterno gestito dall’Unhcr, non dai criminali, dove possiamo vivere in sicurezza. Ma soprattutto abbiamo bisogno di maggiori evacuazioni salvavita“.

(immagine d’archivio)

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